«Lo senti?», chiede il minatore, «è il profumo dell'esplosivo». La sua voce arriva disturbata dallo sferragliante trenino in viaggio verso il fronte dello scavo, proprio dove l'imponente fresa azzanna la dura roccia. Il verme, così è chiamata la gigantesca macchina lunga 400 metri composta dalla fresa e dai carrelli di servizio, ha quasi concluso la sua opera di scavo. Una ventina di metri scarsi la dividono dall'altro fronte, dai minatori partiti da Sedrun verso sud. Tutto è pronto per i grandi festeggiamenti del 15 ottobre, quando cadrà l'ultimo diaframma e la galleria di base del Gottardo coi suoi 57 chilometri conquisterà il primato della più lunga al mondo .
Per percorrere i 13 chilometri e 400 metri che separano la stazione multifunzionale di Faido dal fronte di scavo gli operai viaggiano sul trenino una cinquantina di minuti. «Questo nel viaggo di andata. All'uscita, ce ne vuole di più. La precedenza va ai lavori, alla squadra che inizia il turno. Chi finisce, attende».La priorità dei tempi di produzione. Scavare, scavare e ancora scavare. Impietosa, un'organizzazione scientifica del lavoro veglia affinché non ci sia alcun tempo morto. Le conseguenze per i minatori sono dei turni massacranti. La squadra con cui siamo entrati in galleria alle undici del mattino, riemergerà dalla montagna alle dieci e trenta di notte. Lo farà per cinque giorni consecutivi, mentre nei cinque giorni precedenti l'orario di entrata era alle otto di sera e quello di uscita attorno alle sette del giorno dopo. Due ore di viaggio e nove di lavoro per dieci giorni. Seguiranno cinque giorni di riposo.
«La giornata peggiore è quella del cambio turno, quando si passa dalla notte al pomeriggio. Quattro ore per dormire, mangiare e lavarsi prima di ricominciare. Si fa per dire, dormire. Quando riprendi il lavoro, sei stanco come quando sei uscito. E vai di Redbull» racconta Carmine, oltre vent'anni di esperienza nel mondo delle gallerie e oggi pilota della fresa. «Da otto anni sono in questo cantiere. Mai avuto turni come questi. Ci hanno veramente spremuto. La speranza è che i nostri capi ne tengano conto e una volta terminato, ci mandino a lavorare in cantieri dai ritmi più normali». Ad affiancarlo nel suo lavoro alla testa del verme, ci sono il meccanico francese Yannique e l'elettricista tedesco Thomas. L'internazionale del lavoro. La gran parte degli operai dell'Alptransit sono italiani e austriaci. Non mancono però tedeschi, portoghesi e cittadini dei Paesi dall'est. E qualche svizzero. Yannique è invece un eccezione: è l'unico francese nei cantieri ticinesi. Originario della Bretagna, da tempo ha lasciato la sua Saint-Malo. Da vent'anni lavora nel sottosuolo elvetico. «Conosco la Svizzera meglio degli svizzeri» assicura. Lavorando in galleria, di una sola cosa sente la mancanza: l'odore di iodio, quel profumo di mare tipico di casa sua.
Da anni i tre si preoccupano che il verme possa continuare a scavare durante il loro turno. I problemi maggiori nascono quando i 58 dischi taglienti della gigantesca ruota s'incastrano nella roccia, impedendone il movimento rotatorio. L'operazione di sbloccagio, nei casi peggiori, può durare anche un paio d'ore in condizioni ambientali difficili. Al fronte di scavo si supera facilmente i 32 gradi, con un tasso di umidità molto elevato, attorno all'80-90 per cento. Capita anche di fare delle docce involontarie quando l'acqua sgorga improvvisa a cascata dalla roccia perforata. Docce termali, visto che la temperatura dell'acqua supera i 40 gradi.
Oltre ai turni, sono il caldo e l'umidità i peggior nemici degli operai in galleria. «È già successo che qualcuno sia svenuto per via del caldo e della fatica» racconta Manuel, minatore da diversi anni nel cantiere Alptransit in Ticino. La mancanza di aria fresca è un altro problema, risolto solo parzialmente. Alla ricerca di una soluzione si sono chinati vari ingegneri, ma la risposta ottimale non è mai arrivata. Esiste un'attenuante: non c'è stata finora nessuna esperienza di scavo di questa portata da cui poter attingere.
Ma non si lavora solo alla fresa. Anzi. «Il nostro è un lavoro duro qui in testa, ma ci sono altrettanti lavori pesanti dietro di noi» racconta il pilota Carmine. In galleria il lavoro è corale. C'è chi posa le reti per la messa in sicurezza del cunicolo, chi spruzza il calcestruzzo per isolare le pareti, chi getta le solette dove saranno posati i binari, chi tira i cavi elettrici e allestisce gli impianti, chi porta le condutture d'acqua, chi ripara i guasti meccanici, chi guida i treni per portar dentro e fuori uomini e materiale. Ci sono gli operai che scavano i cunicoli di collegamento tra i due tubi ogni duecentocinquanta metri. Sono tanti i mestieri all'interno della galleria, ognuno col suo ruolo preciso nel lavoro corale del cantiere del secolo. Ogni mansione ha la sua particolarità, i suoi lati migliori o peggiori.
Ora che si è vicini alla fine dello scavo principale, c'è soddisfazione nell'aria. «Soprattutto per veder terminata la galleria più lunga al mondo, dopo tanti anni di lavoro». Per molti minatori, l'aver lavorato all'Alptransit ha significato restar fermi per diversi anni nello stesso posto. Un fatto insolito. Gli operai specializzati nelle gallerie sono dei nomadi giocoforza. Finito un cantiere ci si sposta verso nuove sfide. Non sembra esserci la preoccupazione di restare senza lavoro. Le loro imprese hanno diversi ordini nel cassetto. Passata la festa del 15 ottobre, sono pronti a far le valigie per una nuova sfida. Ma l'esperienza della nuova trasversale alpina resterà nei loro ricordi, così come la soddisfazione di poter dire «io c'ero».

Pubblicato il 

08.10.10..

Edizione cartacea

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