Hanno stretto accordi e agito in modo unitario prima per negare i danni alla salute causati dall'amianto, poi per renderne credibile l'uso in sicurezza e infine per negare le loro responsabilità. È la storia dei padroni dell'industria mondiale del cemento-amianto, che il Pubblico ministero di Torino Sara Panelli ha ricostruito settimana scorsa nella prima parte della requisitoria contro il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis de Cartier, sotto processo dal 2009 con le accuse di omissione dolosa di misure anti-infortunistiche e disastro ambientale doloso permanente per la strage causata dalle fabbriche Eternit in Italia da loro controllate, nonché attori di primissimo piano di questo disegno criminale.

Un disegno criminale di dimensione internazionale a cui si è dedicato per oltre mezzo secolo (a partire dagli anni Venti) il cartello mondiale dei produttori di cemento-amianto e che «consente di capire le logiche che governavano i quattro stabilimenti» oggetto del processo. Cioè quelli di Casale Monferrato (provincia di Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio-Emilia) e Bagnoli (Napoli), località dove la fibra killer ha già ucciso più di tremila persone, tra ex lavoratori e cittadini.
In un'udienza molto attesa, dopo due mesi di pausa che hanno dato tempo alle parti di prepararsi alla fase conclusiva dello storico dibattimento, il magistrato ricostruisce in modo puntuale e dettagliato le strategie industriali, le alleanze e il lavoro di lobbying iniziato già nel lontano 1929, con la costituzione a Zurigo da parte della famiglia Schmidheiny del primo cartello: la Saiac Sa (Società associati industria del cemento amianto), che svolgerà attività fino agli anni Novanta e che nel corso dei decenni sarà supportata anche da altre organizzazioni transnazionali con finalità simili.  Come la futura "Associazione internazionale dell'amianto", una sorta di Confindustria mondiale a cui sarà invitata persino l'Unione Sovietica. «Il che è curioso in un'epoca di Guerra fredda», fa notare Sara Panelli.
 «Come tutti i cartelli, la Saiac serviva al controllo dei prezzi, al coordinamento delle esportazioni e a stringere accordi sull'approvvigionamento della materia prima. Ma anche come piattaforma per lo scambio d'informazioni sui danni alla salute causati dall'amianto e per organizzare l'occultamento delle informazioni», è convinta la Procura di Torino.
Essa rappresenta il primo dei tre pilastri della strategia internazionale di difesa dell'amianto, eretti uno dopo l'altro sull'arco di settant'anni dalle grandi famiglie d'industriali europei attivi nel settore e applicati in Italia dai due imputati, in particolare da Stephan Schmidheiny la cui responsabilità di  gestione è durata fino alla chiusura degli stabilimenti, a metà degli anni Ottanta.
Una strategia volta a «occultare le evidenze scientifiche sulla nocività dell'amianto, cooptare studiosi e sindacalisti e condizionare le politiche dei governi». Il magistrato cita in modo implacabile luoghi, date e circostanze che dimostrano come il legame cancro-amianto fosse noto ai produttori «ancor prima del raggiungimento dell'evidenza scientifica», come costoro «fecero di tutto per tenerlo nascosto» e come in seguito si organizzarono per delegittimare il lavoro degli studiosi, in particolare quello dell'epidemiologo americano Irving Selikoff, che nel 1964 dimostrò la relazione tra amianto e mesotelioma (una forma di cancro letale che colpisce anche a decenni di distanza dall'esposizione e che uccide nel giro di pochi mesi, ndr).
Ma quando Stephan Schmidheiny assunse il controllo di Eternit Italia, nel 1973, questa strategia non era già più attuabile. Il pilastro che la reggeva era ormai crollato e se ne doveva erigere un secondo. «Pur di continuare a fare profitto, cominciarono a difendere la tesi della "lavorazione in sicurezza" dell'amianto». I vertici dell'Eternit decisero così un cambiamento del sistema di lavorazione: da quello a secco, molto polveroso, a quello parzialmente a umido. «Una decisione che Schmidheiny non prese certamente per spirito illuministico. Fu una concessione inevitabile di fronte al diffondersi nell'opinione pubblica dell'informazione sulla pericolosità dell'amianto», tuona il magistrato, elencando tutta una serie di iniziative prese in quegli anni per imporre la nuova tesi. Tra queste anche la partecipazione di due persone "di fiducia" (il capo medico della Eternit belga e il direttore dell'amiantifera di Balangero) ad una riunione di esperti dell'Organizzazione internazionale del lavoro a Ginevra, descritta in un documento interno all'azienda e sequestrato dalla procura come "un'operazione ben riuscita".
A questa nuova strategia comunicativa "dell'uso controllato" venne dedicato anche un importante vertice ai massimi livelli, tenutosi a Neuss, in Germania, del 1976: in quella sede Schmidheiny convocò i 35 top manager della Eternit per informarli sul pericolo dell'amianto per la salute, (che "può far male solo se si abusa") e per renderli consapevoli che "l'alternativa delle zero fibre respirabili nell'aria produrrebbe la chiusura delle fabbriche e tanta disoccupazione". Vennero dunque istruiti su come presentare il problema "in maniera adeguata all'interno degli stabilimenti". «Il proprietario della Eternit parlò lungamente, aprì e chiuse il "congresso informativo", come fu etichettato», spiega Sara Panelli. Tra le mani ha una copia del suo discorso, da cui estrapola la raccomandazione conclusiva: "È comunque decisamente importante che non si cada ora in forme di panico. Questi giorni di convegno sono stati determinanti per i direttori tecnici, i quali sono rimasti scioccati. Non deve succedere la stessa cosa con i lavoratori".
A loro in effetti, sottolinea il magistrato, «non verrà riferito nulla», come conferma un volantino distribuito ai lavoratori della fabbrica di Casale Monferrato nel 1978, in cui si forniva un quadro rassicurante circa le concentrazioni di amianto rilevate da un'indagine ambientale e si mettevano in guardia gli operai che "il fumo di sigarette provoca il cancro".
Di Schmidheiny il magistrato riporta del resto anche l'ordine impartito ai dirigenti Eternit nel mondo: «"Massima protezione della salute con il minimo dei mezzi economici"»
Poi, Sara Panelli sferra il colpo finale tirando fuori un documento riservato del 2002 e sequestrato dalla Procura, che rivela il terzo pilastro su cui si è retta la strategia del padrone dell'Eternit, già a partire dal 1984:  quello di una comunicazione professionale volta a occultare la responsabilità dei massimi vertici aziendali, cioè dello stesso Stephan Schmidheiny, in vista delle possibili cause giudiziarie per i danni ambientali. «Con lungimiranza», sottolinea il magistrato, prospettarono che la vicenda sarebbe potuta costare caro: "cifre stellari di diverse migliaia di milioni di lire per la sola area di Casale Monferrato", si legge nel documento sequestrato. Vennero dunque elaborati gli obiettivi: "tenere la questione a livello locale, con toni i più bassi possibili, focalizzarsi sugli stabilimenti Eternit italiani, evitando ogni riferimento al gruppo svizzero e principalmente ai suoi azionisti. Terzo: minimizzare sia il danno economico sia quello di immagine".
I vertici elvetici della multinazionale affidarono il compito di realizzarli alla società milanese di pubbliche relazioni Bellodi, che mise in piedi una sorta di intelligence per monitorare la stampa locale italiana (ma pure quella svizzera, in particolare i giornali di Unia che scrivevano della vicenda, vedi area numero 7 del 2010) così come per  spiare le mosse dell'associazione delle vittime di Casale Monferrato e, più tardi, quelle dei magistrati torinesi. L'azione di spionaggio proseguirà fino al 2005, quando il procuratore di Torino Raffaele Guariniello ordinò un blitz delle forze dell'ordine negli uffici della Bellodi dove vennero sequestrati numerosi documenti rivelatori. Un sequestro che segnò anche «il fallimento della strategia di occultamento delle responsabilità dei vertici aziendali», conclude Sara Panelli.


Guariniello: «Disastro voluto dai proprietari»

«Molti uomini e donne sono morti e centinaia di famiglie hanno riportato una ferita non rimarginabile. Il disastro prodotto dall'Eternit all'interno degli stabilimenti e tra la popolazione per consapevole volontà dei suoi proprietari continua a verificarsi sotto i nostri occhi». Con queste parole il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello ha aperto la sua requisitoria nel maxi-processo (oltre seimila le parti civili ammesse) in corso dal 2009, precisando però subito dopo che ai due imputati (accusati di disastro ambientale e omissione volontaria di cautele nei luoghi di lavoro) «non è stato contestato il dolo per la gravità delle conseguenze, né per la commozione suscitata, né per dare risposte alle domande di giustizia delle gente». «La decisione è frutto di un'analisi meditata. Ce l'hanno imposta le indagini e le risultanze del dibattimento l'hanno confermata». «Non siamo in presenza di eventi sporadici, ma di carenze strutturali addebitabili ad una politica decisa a livello mondiale e a scelte aziendali di fondo, che escludevano ogni capacità di intervento dei dirigenti Eternit italiani». È per questo che alla sbarra ci sono gli ex proprietari Schmidheiny e de Cartier, «che come tali avevano la responsabilità della sicurezza del luogo di lavoro e dell'ambiente circostante».

Pubblicato il 

24.06.11..

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