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Ragionare da padroni

di

Giuseppe Dunghi
Tutte le volte che giunge a scadenza un contratto collettivo di lavoro, e si concordano le rivendicazioni salariali da presentare alla controparte, sorge una domanda di fondo: i lavoratori vogliono una diversa ripartizione della ricchezza prodotta dal lavoro oppure chiedono di essere premiati perché hanno contribuito ad aumentare i profitti? La domanda non ha mai ricevuto finora una risposta chiara. Nel passato, grosso modo fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, le trattative contrattuali si svolgevano pressappoco così: tu, sinistra, rinunci in parte al tuo progetto politico antagonista al capitalismo, oppure lo diluisci nel tempo; in cambio noi, i padroni, concediamo miglioramenti salariali e normativi ai lavoratori, che così riempiono le piazze il 1° maggio, votano a sinistra e aderiscono al sindacato: insomma, ti aiutiamo ad esistere e a compensare le perdite che avrai tra coloro che si sono accorti della “collaborazione” e non la condividono. Ora non esiste più la sinistra e non è più possibile questo scambio. È ingenuo pensare di poter ottenere miglioramenti contrattuali senza disporre di quel rapporto di forza che in passato era dato dalle battaglie generali condotte dalla sinistra. C’è un’ambiguità di fondo nelle discussioni su questo tema: quando chiediamo aumenti salariali alla controparte, vogliamo che questi ci vengano concessi in virtù del buon andamento delle imprese oppure a scapito delle imprese? In altre parole, vogliamo ingrandire la nostra fetta di torta ingrandendo la torta oppure ingrandire la nostra fetta diminuendo le altre fette? Sembra una questione teorica, ma è terribilmente pratica: riguardo all’economia, la pensiamo come i padroni o abbiamo una visione diversa, magari antagonista? Si ha l’impressione che nelle nostre teste vi sia la stessa cultura della controparte, la stessa visione del mondo, lo stesso bisogno di competitività, le stesse aspettative di guadagno in borsa, e nei nostri portafogli gli stessi titoli azionari. Se è ingenuo voler intavolare trattative senza disporre di un rapporto di forza favorevole, lo è ancora di più trattare rivendicazioni economiche condividendo lo stesso modo di pensare di coloro che siedono dall’altra parte del tavolo. “Trattativa” significa cercare di giungere a un compromesso vantaggioso fra due parti che hanno interessi contrapposti, per esempio tra venditore e acquirente. Se non si hanno interessi contrapposti, non possono esserci trattative, ma soltanto gesti di liberalità o benevole concessioni fra persone che si vogliono bene. Se non vogliamo impostare le campagne contrattuali alla maniera dei mendicanti (il capitalismo “compassionevole” di Bush), bisogna prima di tutto concepire un progetto politico; poi avere un punto di vista nostro, di lavoratori salariati, scaturente dal confronto continuo fra il progetto e la realtà di ogni giorno; in seguito elaborare delle rivendicazioni contrattuali che rispecchino il nostro punto di vista. In questi anni abbiamo rinunciato a fare politica, ad avere una nostra idea sul mondo: i sindacati si sono limitati a fornire dei contratti collettivi di lavoro più o meno buoni. Ma è malsano stare insieme solo per ottenere i vantaggi materiali che il numero procura, senza avere un progetto sociale e politico. Se aspettiamo troppo, i padroni c’imporranno il loro contratto, il loro punto di vista, il loro progetto. Già lo stanno facendo.

Pubblicato

Venerdì 25 Ottobre 2002

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