Esteri

È la fotografia di una Francia fratturata – socialmente, nei territori, tra generazioni – che è uscita dal primo turno delle presidenziali e che al ballottaggio dovrà scegliere tra Emmanuel Macron, giovane candidato “né di destra né di sinistra” o anche “e di destra e di sinistra”, e Marine Le Pen del Fronte nazionale.

Sulla carta, Macron, arrivato in testa con il 24% dei voti al primo turno, ha la vittoria in tasca e del resto ha già fatto i primi errori di comunicazione interpretati come una manifestazione di arroganza, festeggiamenti in una brasserie storica di Montparnasse la sera del 23 aprile, assenza dalla scena lunedì. La candidata di estrema destra non ha lasciato spazio all’avversario subito dopo la qualificazione al ballottaggio, è stata subito presente “sul terreno”, anche se il 23 aprile ha ottenuto un risultato (21,3%) inferiore a quello sperato, pur straordinariamente alto, 7,6 milioni di voti, 1,6 milioni in più conquistati in due anni, dalle ultime regionali del 2015.


Oggi, la questione è la riserva di voti, tra gli astensionisti (10 milioni, il primo “partito”) e tra chi ha votato per altri al primo turno. Marine Le Pen è riuscita a imporre il terreno di battaglia, cosa non indifferente: Macron, caricaturato come il rappresentante delle élite mondializzate, della Ue, della finanza, che ha ricevuto sostegni dal “sistema”, mentre Le Pen pretende di incarnare il “popolo”, gli outsiders perdenti della mondializzazione, gli esclusi. I partiti di governo – neo-gollisti e socialisti – hanno raccolto al primo turno poco più del 26% dei voti degli aventi diritto (nel ’74 erano al 75,8%). Il 45% dell’elettorato ha scelto un candidato che proponeva la “rottura”.


Di qui la grande difficoltà per il ballottaggio nelle indicazioni di voto. A sinistra, Jean-Luc Mélenchon (quasi il 20%) non si è pronunciato e, tra forti critiche per aver tradito il tradizionale “fronte repubblicano”, aspetta che siano i militanti a scegliere, con un voto Internet. Ma tra gli elettori della France Insoumise ha enorme successo l’hashtag #SansMoiLe7Mai, cioè una dichiarazione di astensione, tra “il banchiere e la fascista”. Difficoltà per i sindacati. Mentre la Cfdt già la sera del 23 aprile ha chiamato a «mobilitarsi per battere la candidata del Fronte nazionale e quindi a votare per Emmanuel Macron», la Cgt solo martedì ha invitato a “non votare” Marine Le Pen (senza invitare a scegliere Macron), mentre una federazione del sindacato diretto da Philippe Martinez ha precisato che «Emmanuel Macron non avrà il mandato per smantellare lo stato sociale e generalizzare la Loi Travail». Lutte ouvrière, invece, non darà indicazioni di voto. Queste diverse sfumature ostacolano l’organizzazione di un corteo unitario per il primo maggio. La “banalizzazione” del Fronte nazionale è un dato, la differenza con la reazione del 2002 (Jean-Marie Le Pen al ballottaggio, enorme corteo alla Festa del Lavoro) è palese.


Apertura al mondo e all’Europa, chiusura dentro i confini della nazione: l’opposizione tra due mondi si cristallizza. Un dato sul reddito dei votanti conferma: tra chi guadagna meno di 1.250 euro al mese, il 32% ha scelto Marine Le Pen al primo turno, mentre lo ha fatto solo il 14% di chi ha un reddito che supera i 3.000 euro. Questi dati sono esattamente rovesciati per Macron, mentre sono equivalenti a quelli dell’elettorato di France Insoumise. Ma se Macron ha difficoltà con l’elettorato popolare e con quello delle aree periurbane, lontano dal centro delle grandi città che gli hanno dato la vittoria al primo turno, Marine Le Pen ha un serio problema con l’euro e il progetto di uscire dalla Ue. Il 57% dei francesi è proprietario della casa, ci sono 4.000 miliardi di risparmi, i tre quarti non vogliono abbandonare l’euro. Per questo la propaganda di Marine Le Pen negli ultimi giorni è tornata ai “fondamentali” del Fronte nazionale, contro l’immigrazione, per l’identità.


Per il panorama politico francese, il primo turno ha segnato l’annuncio della fine dei partiti di governo tradizionali: un “42 aprile”, cioè un doppio 21 aprile (come nel 2002, esclusione del socialista Lionel Jospin al ballottaggio), Benoît Hamon riduce il Ps (al governo) al 6,3%, mentre François Fillon fa crollare i républicains al di sotto del 20%. La “fronda” da un lato e la vendetta dell’establishment socialista che è derivato verso Macron, gli scandali degli impieghi fittizi di moglie e figli dall’altro hanno influito.
Ma il segnale va al di là delle personalità dei candidati. Alla fine della tornata elettorale in corso, i due partiti che hanno governato la Francia negli ultimi 60 anni, se non recuperano alle legislative dell’11 e 18 giugno e si impongono come indispensabili alleati del vincitore del 7 maggio, dovranno fare i conti con una decostruzione totale, come una fine della loro storia.

Pubblicato il 

27.04.17..
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