La crescita è espressa con un indicatore che rileva la percentuale di ricchezza che si aggiunge in beni e servizi in un determinato periodo di tempo. Ogni trimestre si annuncia quell’indicatore, il pil (prodotto interno lordo), che si muove appena attorno allo zero. Si commenta allora che i tempi gloriosi della crescita sono sepolti e che se si marcia sul posto vuol perlomeno dire che si è evitato il peggio (recessione). Convinti da mezzo secolo che l’economia può essere solo crescita, altrimenti sarebbe come una bicicletta in salita se non si pedala, e che la crescita va ricuperata ad ogni costo, gli economisti-medici cercano di capire i motivi dell’anemia e i politici indaffarati cercano rimedi, cucinando perlopiù contraddizioni.


Gli economisti si dividono in due campi. Per gli uni il problema è congiunturale. Insomma, andiamoci piano con la fine della crescita: è solo diminuita la domanda mondiale di beni e servizi (ora ci si mette anche la Cina), è un fatto temporaneo, ci riprenderemo presto. Per altri, invece, le cause sono strutturali. Sono i viadotti che non reggono più. E si dà un elenco preoccupante dei cedimenti: l’invecchiamento della popolazione (si campa di più, non si fanno figli), l’aumento delle ineguaglianze (se la ricchezza si accentra in poche mani, chi consuma e quante ribellioni sociali si fomentano?), l’investimento nutre più operazioni finanziarie assurde che non l’economia reale (finanziarizzazione, cancro dell’economia), si pensa solo al breve termine per ottenere il massimo della redditività (non si riesce più a progettare, a preparare l’avvenire), esplode l’indebitamento pubblico (proprio perché deve far fronte alla mancanza di crescita: è il cane che si morde la coda), il progresso tecnico sembra ormai spompato (prevale la tesi di chi sostiene che la rivoluzione numerica – Internet ecc. – contribuisce forse al benessere degli utilizzatori ma non genera produttività, anzi distrugge interi settori produttivi; robot e macchine varie semoventi prendono il posto di numerosi posti intermediari).


È così grave? Beh, dicono alcuni: in un pianeta le cui risorse sono ormai al lumicino e in cui la crescita genera pure effetti negativi devastanti, benvenuta la frenata. Ci si dovrà adeguare. Attenti, dicono altri: non fosse che solo con la crescita si può contenere e diminuire la disoccupazione, che senza la crescita vanno alla malora anche le assicurazioni sociali e le pensioni, che già la stagnazione economica è fonte di forte tensioni e di conflitti,  senza crescita ci suicidiamo.


Ai politici e ai governi spetta il compito di scegliere. Scelgono ovviamente la crescita. Ma non riescono a venirne fuori perché sono sommersi dalle loro stesse contraddizioni. Ad esempio: ridurre i debiti, ma bisogna indebitarsi per creare e sostenere la crescita; promuovere la formazione, la ricerca e la tecnologia, possibili vie d’uscita, ma decimare gli investimenti nei bilanci pubblici anche per questi settori; favorire la famiglia e l’inserimento delle donne nella vita societaria e nell’economia, ma senza impegnarsi troppo in problemi essenziali (alloggio) e trattare le donne sempre a un gradino inferiore; rinvigorirsi demograficamente, ma chiudere drasticamente le porte all’immigrazione attiva e giovane; sostenere le attività che diano finalmente qualità alla crescita e creano persino più occupazione, ma tagliare e chiudersi agli investimenti che richiedono. Se continua così gireremo ancora a lungo attorno allo zerovirgolaqualcosa del pil.

Pubblicato il 

10.09.15..

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