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Genocidio argentino

«Pensavo di essere Carlos, ma ero un bambino rubato»

di

Nicolò Brignoni

È il 2008 quando Carlos Tejada scopre di non essere Carlos Tejada. In realtà, si chiama Jorge Guillermo Goya Martínez Aranda e non ha 29 anni, ma ha già compiuto i trenta. E quelli che credeva i suoi genitori? Degli apropiadores, dei ladri di bambini, che verranno condannati per crimini contro l’umanità. Sua madre e suo padre, invece, risultano ancora desaparecidos, vale a dire scomparsi: in altre parole, vittime del genocidio argentino. «Sogno di ritrovare i loro resti» ci dice.

 

Accade, se pensiamo nei termini temporali dei secoli, l’altroieri. Parliamo del genocidio che, negli anni dell’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983), ha inghiottito ogni libertà istituzionale e personale, violato barbaramente i diritti umani, facendo sparire circa 30mila persone. Li chiamavano desaparecidos: erano, in realtà, dei prigionieri “politici”, che furono ammazzati senza processi e giustizia dalla Giunta militare guidata dal generale Rafael Videla. Regime sostenuto dagli Stati Uniti che, in piena “Guerra fredda”, cercava di allungare i tentacoli in Sud America. La colpa di queste persone? Essere “sovversive”, in un’accezione arbitraria del termine: infatti bastava semplicemente leggere un libro sbagliato per essere considerato un germe da estirpare con il pretesto della lotta anticomunista e della “civilizzazione occidentale e cristiana”. Migliaia e migliaia di cittadini, perlopiù innocenti, furono sequestrati in azioni di terrorismo di stato, rinchiusi in oltre 300 campi di detenzione sparsi per il paese, torturati e gettati ancora vivi nell’oceano durante i cosiddetti “voli della morte” per far perdere di loro ogni traccia.


Chi ha avuto il coraggio di sfidare il potere sono state le donne, scese in piazza per la prima volta il 30 aprile 1977: le Madres de Plaza de Mayo. Quando fu chiaro che la storia non avrebbe restituito vivi i loro figli, l’associazione ha continuato a lottare per cercare i nipoti. Qualcuno infatti è sopravvissuto alla carneficina: sono proprio i figli dei desaparecidos, nati durante la prigionia delle madri. Al momento del parto i bambini venivano sottratti e dati in adozione a famiglie vicine al regime. I bambini furono così parte del bottino di guerra, una guerra soprannominata dalla storia sucia (sporca).


All’identificazione dei nipoti – che si stima siano 500 – si è arrivati attraverso un test del Dna, realizzato da un gruppo di genetisti dell’Università di Berkeley, in California, che è riuscito con un margine di certezza del 99,9% comparando le informazioni genetiche a quelle delle nonne.


Carlos Alberto Goya Martínez Aranda (1979) è un figlio di desaparecidos ed è il 92° nipote recuperato. Oggi ha 40 anni, lavora come impiegato amministrativo, vive al Chaco, è sposato e ha tre figli (di 6, 5 e 3 anni). È venuto a conoscenza della sua identità solo nel 2008: fino ad allora pensava di essere figlio di un’altra storia. Lo abbiamo intervistato telefonicamente lo scorso 1° marzo grazie al contatto fornitomi dalle Nonne di Piazza di Maggio.

 

Carlos non ha mai avuto dubbi sulla sua identità? Non ha mai sospettato di poter essere figlio di desaparecidos?
Mai, né tantomeno immaginavo di essere stato adottato. Sono cresciuto in una famiglia assieme ad altri due fratelli, che credevo biologici, mentre oggi so che posso definirli solo “fratelli di cuore”. Coloro che ritenevo i miei genitori, erano invece i miei apropiadores. Con questo termine in Argentina si indica chi si è appropriato di bambini altrui. Chi mi aveva adottato sapeva la verità sulla mia storia, sui miei genitori desaparecidos, ma mi ha registrato falsamente all’anagrafe come figlio suo.


Lei non sospettava nulla: come ha, dunque, scoperto di essere uno di quei nipoti che le Nonne di Piazza di Maggio stavano cercando?
La scoperta è avvenuta in maniera rocambolesca: una notte, nel 2008, mi sono trovato a casa quattro o cinque poliziotti i quali, con un ordine del giudice federale, erano venuti a prelevare alcuni miei effetti personali, perché supponevano potessi essere figlio di desaparecidos. In quel momento non mi sono preoccupato: mi sembrava normale, perché in Argentina fanno questo tipo di controlli. Mi hanno preso uno spazzolino e dei vestiti per essere analizzati alla Banca Nazionale di Dati Genetici e comparati con il Dna delle madri dei desaparecidos. Quella notte sono tornato a dormire tranquillamente, ma la verità è arrivata in maniera inaspettata prima del risultato del test. Il giorno seguente, le persone che mi hanno cresciuto, erano molto strane e nervose e mi hanno confessato che non ero loro figlio.


Che cosa ha provato di fronte a una rivelazione tanto forte?
In quel momento ho sentito di essere sempre vissuto dentro a una bugia: i miei genitori non erano i miei genitori, i miei fratelli, che amavo con tutto il mio cuore, non erano i miei fratelli. Giuro che avrei voluto cambiare il mio sangue ed essere il loro figlio e il loro fratello. Sentivo di non avere niente, ricordo un vuoto nel petto, un vuoto terribile, un vuoto così grande, come se non avessi più un posto in questo mondo.


Con la conferma ufficiale data dal test del Dna ha quindi appreso il nome dei suoi veri genitori e, di conseguenza, anche il suo…
Qualche mese dopo la comparazione del test del Dna, sono stato convocato da un giudice e ho scoperto di essere Jorge Guillermo Goya Martínez Aranda e non Carlos Tejada. Mio padre si chiamava Francisco Luis Goya, era originario della provincia di Chaco e militava nei Montoneros: peronista cattolico, nel 1976 fu preso e sequestrato dalla Tripla A (l’Alleanza Anticomunista Argentina, organizzazione paramilitare di estrema destra, ndr). Riuscì a lasciare l’Argentina e ad andare prima in Perù e poi in Messico. Mio padre era sposato e aveva due figli, Emilio e Juan Manuel, che rimasero con la loro madre in Chaco: sua moglie aveva molta paura e non volle raggiungerlo. In Messico mio padre conobbe una donna, che militava anche lei nei Montoneros: era mia madre María Lourdes. Iniziarono una convivenza e alla fine degli anni Settanta partirono verso Madrid, paese natale di mio padre, dove io nacqui il 31 luglio 1979. La data di nascita è stata un’altra scoperta: i miei apropiadores mi avevano sempre detto che ero del 1980, cancellando così l’unico anno vissuto con i miei genitori. Nel luglio del 1980 mio padre decise di tornare in Argentina. Entrammo nel paese passando dal Cile: fummo fermati, so che i miei genitori furono torturati e da quel momento di loro non si seppe più nulla.


Quali sentimenti prova nei confronti dei suoi apropiadores?
Non approvo ciò che hanno fatto, ma li ho perdonati. Nonostante tutto, per la donna che mi ha cresciuto provo un amore grandissimo, la considero mia madre e la nonna dei miei figli. Il processo per accettare questa realtà è stato complesso: ciò che mi ha permesso di perdonarli e andare avanti, salvando quindi me stesso, è stato l’amore per i miei “fratelli del cuore”: anche se loro non erano i miei genitori, non c’era nessun motivo di non chiamare fratelli, i ragazzi con cui ero cresciuto.


Come ha reagito alla verità sulla sua identità?
All’inizio mi vergognavo che i miei genitori fossero Montoneros, che mia madre fosse messicana. Avrei voluto solo nascondermi da tutto e da tutti, non volevo che nessuno sapesse della mia storia. È stato duro, molto duro: all’inizio non volevo neppure conoscere la mia famiglia biologica. Con il passare del tempo la negazione si è trasformata in accettazione: ho dapprima incontrato i figli di mio padre, i miei fratelli e nel 2013 ho abbracciato la mia nonna paterna, che aveva 90 anni: una persona meravigliosa. Poi ho rintracciato anche la parte materna della famiglia in Messico e sono sempre in contatto con loro.


Per quale motivo continua a farsi chiamare Carlos, con il nome scelto dai suoi apropiadores?
Fino a 29 anni, anzi 30, ero stato Carlos Tejada. Ho chiesto al giudice di poter continuare a chiamarmi Carlos. Il cognome invece mi è stato cambiato: Goya, quello di mio padre, cui è stato aggiunto Martínez Aranda, i due cognomi di mia madre. Per rafforzare il senso d’identità.


Quali erano gli ideali dei suoi veri genitori?
I miei genitori erano giovani idealisti, convinti si potesse realizzare un mondo migliore ed erano pronti a lottare fino alla morte per un paese libero. Avevano delle convinzioni molti forti, erano cattolici praticanti, credevano in una giustizia sociale e all’eguaglianza tra le classi. Si preoccupavano dei diritti umani: i miei genitori lottavano perché la gente potesse essere felice, libera, istruita e affinché nelle famiglie non mancasse niente.


Qual è la parte più dura e più bella di questa storia?
La parte più dura è il vuoto che si crea quando capisci che quello che doveva essere vero non è vero… Il primo momento è difficilissimo: spaventa l’idea di incontrarsi con una famiglia che ti aspetta e ti ama da sempre, mentre per te sono perfetti sconosciuti. Non è evidente e ci vuole tempo per rigenerare questo vincolo familiare. È difficile anche non sapere che fine abbiano fatto i tuoi genitori: sogno di trovare i loro resti e metterli in un cimitero, dove andare a trovarli, portare dei fiori e sentirli vicini. La parte più bella coincide con quella più traumatizzante, ovvero la scoperta della verità. Perché la verità è una forza totalmente rinnovatrice che ti rende libero e ti completa.

 

 

Nel 2011 gli apropiadores di Carlos sono stati processati: il sottoufficiale dell’esercito in pensione Luis Alberto Tejada è stato condannato a 12 anni e sua moglie Raquel Quinteros, considerata complice, a 5 anni di domiciliari.
L’ex militare è morto il 17 luglio 2016 a casa sua dove stava scontando la pena per problemi di salute.

Pubblicato

Martedì 21 Maggio 2019

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