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A briglie sciolte

Non mi piacciono né Putin né la campagna russofoba

di

Franco Cavalli

Da un po’ di tempo i media occidentali stanno riscaldando alla grande la tradizionale minestra della russofobia, che negli ultimi 100 anni è spesso servita da tela di fondo per giustificare immani tragedie, quali la prima e la seconda guerra mondiale, senza neanche dimenticare la guerra fredda. A far scattare questa nuova ondata di russofobia sono stati da una parte gli avvenimenti in Ucraina e dall’altra l’intervento militare russo in Siria, che ha impedito la distruzione definitiva di questo stato, come era invece previsto in una operazione preparata da lungo tempo dalle cancellerie occidentali in combutta con le monarchie del Golfo.


Vorrei essere chiaro: non ho simpatia alcuna per Putin, che è a capo di una rete oligarchica e mafiosa, profondamente antidemocratica. Ciò non toglie che da un punto di vista geopolitico ha parecchie ragioni dalla sua parte.

 

Ricordiamoci difatti che il tutto è iniziato con l’inosservanza plateale da parte degli occidentali dell’accordo a suo tempo intercorso tra Bush e Gorbaciov: quest’ultimo difatti accettava la riunificazione tedesca, ma solo a condizione che la Nato non si muovesse di un palmo verso Est. Ed oggi invece essa si è installata minacciosamente addirittura ai confini russi, fatta salva l’Ucraina, che però è sempre sul punto di aderire al patto militare occidentale. Solo tenendo conto di questo elemento essenziale, si può capire l’attuale situazione ucraina, dove, dopo i fatti di piazza Maidan, il governo era presto diventato ostaggio delle forze di estrema destra, che l’avevano obbligato quale prima misura a proibire l’uso della lingua russa, quando un terzo della popolazione ucraina è russofono. Un po’ come se Berna proibisse l’uso del francese in Svizzera! Ma la Crimea, mi si dirà? Beh, questa da sempre ha fatto parte della Russia, e fu solo Krusciov (ucraino) che amministrativamente l’aggiunse all’Ucraina, quando tutto ciò apparteneva all’Unione Sovietica quale stato federale. È un po’ come se un domani la Mesolcina venisse aggregata al Ticino.


Pensare poi alla Russia attuale come a una superpotenza economica pronta ad aggredire mezzo mondo è pura fantapolitica ideologica. Il suo peso economico su scala mondiale è marginale: il Pil è poco più di 1.500 miliardi di dollari, inferiore a quello italiano. Il budget per la difesa è sì elevato, in relazione alla sua forza economica, ma è meno di un decimo di quello Usa. L’economia russa vive dell’esportazione di petrolio e gas, mentre importa tecnologie e manufatti: si direbbe quasi un paese semi-coloniale. È quindi molto più credibile pensare alla Russia attuale come a una potenza regionale impaurita, che si sente accerchiata e depressa dall’aver perso il ruolo geopolitico di superpotenza che aveva ai tempi dell’Unione Sovietica.


Ultimamente la campagna russofoba si concentra sull’ipotetica esistenza di un’“Internazionale sovranista”, il cui vertice si troverebbe al Cremlino e che dirigerebbe le politiche anti-europeiste della Le Pen, della Lega e di tutta l’altra congrega. Evidentemente questi movimenti populisti di destra hanno simpatia per la figura di Putin come campione di valori tradizionali e come autocrate machista dai modi spicci. E Putin naturalmente ne approfitta per mettere in difficoltà, da bravo tattico, i Paesi della Nato. Ma tutto finisce qui. Nel paese di Putin, in preda anche a una drammatica crisi demografica, cresce l’autoritarismo e si riducono costantemente i diritti sociali. Le manifestazioni di protesta si moltiplicano, e il malcontento potrebbe presto assumere toni più decisi e coagularsi in movimenti meglio organizzati. Ma tutto questo ai media occidentali non interessa: è molto più facile inventare complotti inesistenti.

Pubblicato

Giovedì 9 Maggio 2019

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