Nicola Emery

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Architetti, urbanisti e pensatori cercano spesso di chinarsi, con le loro matite rosse o nere, sul tema dell’abitare. Alcuni grandi quotidiani dedicano supplementi patinati a ville e giardini sempre più “smart” e “green”: promesse di felicità. All’estetica  della casa si dedicano poi corsi universitari, ricordando immancabilmente che “poeticamente abita l’uomo”, come recita una sentenza di Heidegger, il filosofo tedesco che mentre la enunciava, taceva al contempo i crimini del nazismo.


Certo, Heidegger resta un importante filosofo, ma poi viene come minimo da obiettare che non si doveva vivere tanto ‘poeticamente’ in Germania, a cavallo della grande depressione e soprattutto  dopo il 1933, costretti a subire l’evacuazione forzata di interi quartieri demoliti per realizzare i “piani urbanistici” di Albert Speer. L’architetto di Hitler anche al processo di Norimberga si difese osservando che il suo operato era di natura puramente “tecnica” e “artistica”. Ma il fatto è che quegli sfratti forzati e quei traslochi in massa ponevano le premesse materiali  per la successiva dislocazione nei lager di migliaia di ebrei e irregolari. Anche se  Speer fosse stato in buona fede argomentando la sua autodifesa “tecnica”, il che manifestamente non fu, il suo caso testimonia in modo brutale la dimensione intrinsecamente politica legata alla pianificazione dello spazio e al rispetto, o alla negazione violenta, del diritto alla casa, del diritto all’abitare.


Anche per questo ritengo che sarebbe ora di porre al centro dell’ attenzione e della formazione dei futuri tecnici, architetti ecc., non la mistificazione di un abitare da sogno, ma la critica dell’inabitabilità del mondo, ossia di una condizione che sempre più si diffonde nel cuore stesso dell’occidente, testimoniando sui marciapiedi di molte città, fra i gelidi cartoni degli homeless, il ritorno di una dislocazione perpetua semplicemente disumana. Qualche tempo fa è stato presentato il primo censimento delle “persone senza dimora” in Italia, e ne è risultato un esercito di quasi cinquantamila persone, che sopravvive tra mense, strutture d’accoglienza, stazioni ferroviarie e marciapiedi.


Proprio mentre scrivo, arrivano dalla Confcommercio dati che parlano altresì di 4 milioni di “nuovi poveri” . I senzatetto accertati (per quanto i dati reali sono sicuramente maggiori) formavano già nell’ ottobre 2012 una popolazione numericamente pari a quella di una città come Mantova, costituita non solo da immigrati e disoccupati, ma appunto anche da molti woorking-poor, che nonostante lavori e lavoretti con i salari da fame non ce la fanno. Ovviamente, non è solo all’ Italia che bisogna pensare. Esemplare è da tempo il caso di Detroit, la “motor-city” per definizione degli Usa nella quale la crisi e la trappola dei mutui sub-prime ha trasformato in homeless larghi strati di popolazione. Vengono alla memoria le drammatiche pagine di John Steinbeck, i paesaggi di ruderi e rovine descritti in Furore, il capolavoro da lui dedicato alla grande depressione del ’29, ed ora già si parla di de-urbanizzazione. Non c’è che dire, nel presente la città dei senza casa ritorna ad assumere dimensioni mondiali. Facciamo dunque attenzione a queste analogie fra il passato e il presente, alle inquietanti  corrispondenze attorno alle figure dell’inabitabilità, della dislocazione e della negazione del diritto stesso all’abitare.

 

Anche nelle cittadine svizzere e nei ridenti ‘paeselli’ montani è all’ordine del giorno la rimozione (in senso psicologico, oltre che fisico) degli asilanti, vergognosamente dislocati non solo da ogni centro, ma pressoché da ogni possibile e reale luogo visibile. Gli anni Trenta non si ripeteranno, e gli Albert Speer non ritorneranno, ma è bene ricordare che le promesse del “capitalismo di stato totalitario” riscossero il loro consenso imponendo la loro biopolitica non solo con il terrore, ma anche attuando una ridistribuzione razzista di luoghi e mezzi. Case, luoghi “purificati” e vita epurata: per soli ariani, per soli autoctoni… Attenzione, affermiamo con  forza un’altra realtà, ricordiamo con azioni politiche e sociali che garantire il diritto alla città e all’abitare resta umanamente prioritario rispetto a qualsiasi retorica purista “territoriale” , identitaria e magari anche pseudo-ecologica.

02.02.2007

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Nicola Emery
24.11.2006

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