Migranti

Il suo nome è Canad Cali e ha 25 anni, o almeno «così dice la scienza – ci spiega – un certificato di nascita non ce l’ho». La vita non è sempre stata generosa con lui: nato a Mogadiscio, in Somalia, è rimasto orfano di entrambi i genitori che aveva solo due anni ed è quindi cresciuto in orfanotrofio fino all’età di 15 anni, quando, oramai considerato adulto dalla legge somala, ha dovuto lasciare l’istituto. «A quel punto sono andato a ritirare l’eredità dei miei genitori, un terreno che ho venduto con l’intenzione di usare il ricavato per andarmene a nord a cercare fortuna, tanto non avevo nessuno lì, volevo ricominciare una nuova vita da un’altra parte». E così, con quel senso d’onnipotenza che caratterizza i quindicenni di tutto il mondo, Canad è partito per il suo viaggio della speranza attraverso l’Africa: Somalia, Kenya, Uganda, Sud Sudan e Libia. «Il fatto di essere un ragazzino che viaggiava da solo mi ha anche avvantaggiato, a volte ho dovuto pagare di meno degli altri. Non avevo paura, pensavo solo ad andare il più lontano possibile: “Vai lontano, così lontano che nessuno potrà riportarti indietro”, mi dicevo».
Arrivato in Libia mancava veramente poco a raggiungere l’Europa ed è forse questo che l’ha aiutato a sopportare la brutalità dei passatori libici «i peggiori – racconta Canad – nessun passatore è gentile, sono tutti delle bruttissime persone che non guardano in faccia a nessuno e non regalerebbero un franco neanche alla loro mamma, ma i libici sono particolarmente cattivi. Si sentono superiori, anche solo quando ti parlano senti che provano disprezzo, perciò non vedi l’ora di andartene da lì e quando finalmente ti chiamano e ti dicono che puoi partire è una vera liberazione».
È partito dalla Libia nell’aprile del 2008 con una sessantina di persone, di notte, su un gommone. Ad alcuni suoi compagni di viaggio erano state date le istruzioni su come guidare l’imbarcazione verso l’Italia, come aggiungere benzina, un numero di telefono da chiamare quando sarebbero arrivati vicino alle coste e via: «Dopo due giorni però ci siamo accorti che il gommone non reggeva e stavamo colando a picco, per fortuna sono arrivati dei ragazzi della Guardia Costiera italiana, o forse una Ong, non ricordo, che ci hanno salvati. Sono stati dei grandi, davvero, quando ci penso: erano felici di averci salvato, non ce lo hanno fatto pesare per niente, erano quasi più felici di noi. È stata proprio una bella sensazione, mi sono finalmente sentito al sicuro».
Dalla Sicilia Canad si sposta verso Nord e riesce ad arrivare al centro di registrazione di Vallorbe, dove gli prendono le impronte. All’epoca però, ci spiega, la Svizzera non faceva ancora parte dell’accordo di Dublino. Da Vallorbe viene assegnato al Ticino: «Prima sono andato a Chiasso, poi in una pensione a Locarno, al centro richiedenti l’asilo di Losone e poi a Paradiso al centro Barzaghi. In quel periodo ho cominciato il pretirocinio d’integrazione e successivamente  la formazione come autista di veicoli pesanti. Era dura, soprattutto per la lingua, tanti ostacoli, ma non ho mollato: se vuoi davvero fare una cosa la fai e basta. Non ce l’abbiamo fatta tutti però, ricordo che eravamo in undici che hanno iniziato il percorso di autisti, ma abbiamo finito solo in quattro, nel 2015». Una volta finita la formazione Canad lavora come camionista per la stagione estiva alla Heineken di Bellinzona e a novembre del 2016, otto anni dopo il suo sbarco in Sicilia, trova lavoro come autista di Autopostale in Valle Onsernone, dove lavora ancora oggi.
Nel frattempo si è pure sposato e ha ottenuto la cittadinanza svizzera, ma non dimentica le sue origini, quella terra dalla quale voleva scappare il più lontano possibile perché nessuno lo potesse più riportare indietro: dopo dieci anni ha invece deciso di tornarci per aiutare chi è rimasto ed è meno fortunato di lui. «Ora che sto bene, sono felice e realizzato, voglio fare qualcosa per la mia gente – spiega –. Una cosa che mi è rimasta impressa sono le urla che sentivo di notte, urla che venivano dalle altre stanze dell’orfanotrofio, le urla delle bambine e delle ragazze che a causa della mutilazione genitale soffrivano di dolori atroci. Così è nata l’idea di fornire medicinali che possano lenire queste sofferenze in attesa che la piaga della mutilazione genitale femminile venga definitivamente sradicata».
Nel 2017, a maggio, è così stata fondata l’Associazione Aiuto alle Donne della Somalia (vedi articolo sotto), che ha appunto lo scopo di aiutare a lenire le sofferenze delle donne somale vittime di mutilazione genitale, questo attraverso la raccolta di fondi destinati all’acquisto di medicinali che vengono poi forniti all’Ummah Hospital di Mogadiscio. «È una goccia nel mare, ma mi sento fiero di portare questa goccia – spiega Canad –. Ho già fatto un viaggio nel quale ho portato i primi medicamenti: era la prima volta che tornavo in Somalia, avevo l’adrenalina a mille e non vedevo l’ora di atterrare per consegnare le medicine all’ospedale». Che effetto gli abbia fatto tornare non ce lo ha detto apertamente, ma gli occhi gli brillavano mentre raccontava e diceva: «Adesso sento di essere utile là. Presto conto di fare un’altra spedizione e spero di trovare qualcuno che venga con me questa volta».

 

«Volevo fare qualcosa per le donne»

 

Martedì 6 febbraio era la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf), un fenomeno vasto e complesso che si stima riguardi 125 milioni di donne, ragazze e bambine nel mondo. Questo vecchio rituale va dall’incisione all’asportazione (parziale o totale) dei genitali femminili esterni e comporta rischi gravi e irreversibili per la salute di chi la subisce, oltre a pesanti conseguenze psicologiche. Secondo l’Unicef, ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni subiscono una Mgf. In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea), ma anche in Egitto e Guinea, l’incidenza del fenomeno è ancora altissima, toccando il 90 per cento della popolazione femminile, e questo nonostante negli ultimi anni siano in corso vaste campagne di sensibilizzazione sostenute anche dai governi. Per quanto riguarda la Somalia, Canad Cali (vedi articolo sopra) ci spiega che «pian piano le cose stanno cambiando e se un tempo si ricorreva alla Mgf delle proprie figlie per assicurar loro un futuro ed evitarne l’emarginazione (chi non era mutilata non trovava marito ad esempio), oggi c’è sempre più la consapevolezza che si tratta di pratiche dolorose e inutili e molti uomini rifiutano di sposare donne mutilate», facendo così venir meno uno dei principali scopi di questa pratica brutale.


Sta di fatto che la maggioranza delle donne somale deve oggi fare i conti con le conseguenze a lungo termine di una Mgf, come ad esempio: la formazione di ascessi, calcoli e cisti; infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario; forti dolori durante le mestruazioni e durante i rapporti sessuali; una maggiore vulnerabilità alle malattie veicolate dal sangue oltre che infertilità, incontinenza e un maggiore rischio di mortalità materna durante il parto per travaglio chiuso o emorragia.
È proprio per cercare di lenire parte di queste sofferenze che è stata creata l’Associazione Aiuto alle Donne della Somalia. L’idea l’ha avuta Cali, che con la volontà di fare qualcosa per le donne del suo paese d’origine è riuscito a costruire una rete di persone che è poi sfociata nella creazione dell’associazione che fornisce medicinali all’Ummah Hospital di Mogadiscio.


«Con la collaborazione del medico cantonale e di una farmacista siamo riusciti a capire quali erano i passi da muovere per riuscire ad avere i medicinali che occorrono e portarli in Africa senza avere problemi, medicinali che ci sono stati chiesti dall’ospedale stesso che ha stilato una lista di ciò di cui necessita», spiega Enrico Morresi, membro di comitato. Per ora l’Associazione è riuscita a inviare due carichi di medicine, un primo carico è stato spedito e un secondo invece portato personalmente da Canad (che ha scattato le foto a lato), il quale non vede l’ora di partire di nuovo: «Mi rendo conto che quanto donato finora rappresenta solo una goccia nel mare, perché c’è un grandissimo bisogno laggiù, però è bello sentirsi utile», ci racconta.
Al momento l’associazione è ancora alla ricerca di nuovi membri e soci che la possano sostenere con regolarità, ma anche di donazioni sporadiche (vedi box in alto alla pagina) e magari anche di qualche medico, ginecologo e farmacista, che possa portare le proprie competenze professionali e dare un valore aggiunto.     


Per donazioni

L’Associazione Aiuto alle Donne della Somalia vuole aiutare a lenire le sofferenze causate dalla mutilazione genitale femminile. Lo fa fornendo farmaci all’Ummah Hospital di Mogadiscio. Chi volesse contribuire:
IBAN CH76 0825 2025 7214 C000 C, Banca Popolare di Sondrio, 6500 Bellinzona.


Pubblicato il 

08.02.18..
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