A briglie sciolte

In nessun altro paese al mondo vengono sfornati altrettanti medici come a Cuba: rispetto alla Svizzera per esempio il rapporto è di 1 a 7. Inoltre, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte delle università a tutte le latitudini, a Cuba sia gli studi di medicina sia la formazione post-universitaria sono orientati alle necessità della medicina generale.
La stessa struttura sanitaria ruota infatti attorno alla figura del medico di famiglia: ce n’è uno ogni circa 1’000 abitanti, vive di solito in mezzo a loro e almeno una volta all’anno deve averli controllati tutti. Se loro non vanno a farsi vedere, sarà il medico con la sua infermiera che andrà da loro. Si tratta di un elemento fondamentale che spiega perché a Cuba l’aspettativa di vita sia la più alta di tutta l’America Latina e addirittura di gran parte degli Stati Uniti, salvo le zone più ricche. Tutto ciò ha spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare che il sistema sanitario cubano è l’esempio, a cui tutti i paesi del Sud dovrebbero ispirarsi.


In questo momento ci sono ben un’ottantina di missioni di medici cubani, di solito accompagnati anche da infermiere, che lavorano in altrettanti paesi. Siccome nei paesi poco sviluppati la maggior parte dei medici tende paradossalmente a essere specialista e a concentrarsi nelle grandi città, non sorprende che nelle zone economicamente più sinistrate dell’emisfero sud si incontrino soprattutto dei medici cubani o allora dei medici locali, che hanno avuto però  una formazione a Cuba: non dimentichiamo che all’Elam (la scuola latinoamericana di medicina) dell’Avana ci sono varie migliaia di studenti provenienti dai paesi poveri che studiano in gran parte gratuitamente.


Una delle missioni cubane più importanti è stata negli ultimi anni quella in Brasile: già verso la fine dell’era Lula, ma soprattutto poi con la Presidente Dilma, il governo brasiliano ha fatto ampiamente ricorso ai medici cubani, per garantire una copertura sanitaria almeno minima, soprattutto nelle zone del Nordest e dell’Amazzonia, che rappresentano la parte più povera del paese e dove in generale i medici brasiliani tendono a non voler andare a lavorare.


Il nuovo Presidente brasiliano, il fascistoide Bolsonaro, ha ripetutamente minacciato di fucilare non solo «i comunisti che si nascondono nelle università», ma anche i medici cubani, che secondo lui veicolano con le loro cure «ideologie pericolose» per la nazione brasiliana.

 

Il governo dell’Avana ha quindi reagito e ha deciso di ritirare gli oltre 11’000 medici cubani attualmente attivi nel paese carioca, suscitando l’entusiasmo dei media conservatori che monopolizzano il settore (e che hanno fatto eleggere Bolsonaro), mentre le organizzazioni popolari hanno espresso la loro profonda preoccupazione, perché ora milioni di persone si troveranno sprovviste di cure mediche. La decisione cubana è più che comprensibile: non dimentichiamo che già durante i moti controrivoluzionari dell’anno scorso in Venezuela, vari medici cubani erano stati uccisi da estremisti di destra. E siccome non c’è dubbio alcuno che il nuovo presidente brasiliano si ispiri ad una filosofia di tipo pinochetista, l’Avana non poteva che trarne le debite conseguenze. Ci sono sicuramente tanti altri lidi che aspettano con ansia l’arrivo di medici da Cuba.

Pubblicato il 

22.11.18..
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