Migrazione

«Quest’uomo è stato venduto per 700 dinari libici, quest’altro per 1.200 (876 franchi, ndr)»: sono le parole di un migrante che ha filmato la tratta disumana di questi schiavi moderni. Purtroppo non accennano a fermarsi le stragi nel Mediterraneo. 31 migranti sono morti lo scorso sabato nel naufragio di due barconi al largo della costa libica. Secondo le prime ricostruzioni, la guardia costiera libica ha soccorso e salvato 326 migranti (63 donne e 61 bambini) mentre sono 40 i dispersi. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha confermato che sono stati oltre 161.000 i migranti che sono riusciti ad arrivare in Europa solo quest'anno, mentre quasi 3.000 sono scomparsi in mare.


Come se non bastasse, non si fermano neppure le operazioni di salvataggio. La nave Acquarius dell'Ong Sos Mediterranée ha portato a termine il soccorso di una sovraffollata imbarcazione in legno in acque internazionali al largo della Libia la scorsa settimana. Secondo quanto fa sapere la stessa Ong via Twitter, sono stati recuperati 400 migranti in buone condizioni di salute.


Immagini agghiaccianti sono state postate sui social network invece da un migrante marocchino, riprese all'interno di una prigione libica. Si vedono uomini stretti in una stanza. Nel video il migrante si rivolge al monarca marocchino Mohammed VI per denunciare le gravi violazioni che subiscono quotidianamente i suoi compagni e le condizioni disumane in cui versano.


Alcune settimane fa, anche le Nazioni Unite avevano attaccato duramente le carenti e inefficaci politiche migratorie dell’Unione europea. «La tratta dei migranti e la loro riduzione in schiavitù va avanti da molto tempo nella più totale indifferenza», ci spiega Michela Mercuri, docente e autrice di “Incognita Libia” (Franco Angeli, 2017). «Ci sono più di 34 centri di detenzione sparsi nel paese, tutti gestiti da milizie. Qui i migranti vengono letteralmente venduti a vari gruppi di trafficanti. Quello dei migranti è uno degli affari più lucrosi per le milizie libiche», ha continuato Mercuri. Le continue stragi richiamano direttamente le responsabilità europee nella gestione delle politiche migratorie. «L’Italia ha stretto accordi con le milizie che gestivano i traffici. Ma se la volontà è davvero di fermare i trafficanti bisogna parlare con chi li gestisce e non con coloro i quali non sono neppure in grado di controllare il territorio», ha aggiunto Mercuri. «Questo ci ha esposti ai ricatti delle varie milizie e ha reso più disumane le condizioni dei migranti che restano bloccati e stipati nei centri di detenzione», ha spiegato.


Eppure è ormai chiaro che è necessario un impegno stabile a livello europeo. «Le colpe sono anche dell’Europa che ci ha lasciato soli nel gestire i flussi. Durante il vertice di Tallinn, la Francia, seguita da altri attori europei, ha risposto negativamente alle richieste di maggiore impegno per una più equa distribuzione dei migranti, avanzate dall’Italia. Questo atteggiamento farà sì che il dramma dei migranti continui indisturbato», ha concluso la docente.


Le cose sono peggiorate dopo gli attacchi della Nato del 2011 in Libia. Ora il paese è diviso in tre macro aree: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Il governo unitario di Fayez al-Serraj, sostenuto dalla comunità internazionale, è minacciato continuamente dal generale Khalifa Haftar che controlla l'esercito di Tobruk. E i recenti accordi bilaterali con l'Italia, voluti dal premier Paolo Gentiloni, che coinvolgono le municipalità libiche, non accennano a dare frutti. Le coste libiche sono la strada più semplice per l’Europa per scafisti e contrabbandieri. A causa delle violenze e del caos, alimentati da potenze straniere che finanziano le diverse fazioni nello scacchiere libico, il numero di migranti che ha tentato di lasciare il paese è andato crescendo. Tuttavia Amnesty International ha puntato il dito anche contro le operazioni di Ricerca e soccorso in mare (Sar) e sul progressivo fallimento degli stati coinvolti, specialmente Italia e Malta, che non sono riusciti a raggiungere un accordo in merito all’estensione delle rispettive zone Sar.


È stata interrotta, a causa del conflitto, la collaborazione libica con le operazioni Mare Nostrum e Triton per il contenimento dell’immigrazione clandestina, sottoscritta nel 2013 dall’allora ministro Mario Mauro con al-Thinni, in quella fase ministro della difesa libico. Anche la missione EunavForMed (Sophia) che prevedeva l’ingresso in acque territoriali libiche delle navi europee con il possibile arresto di scafisti è risultata poco efficace. Il generale Haftar ha minacciato ripetutamente di poter attaccare qualsiasi imbarcazione che entri nelle acque libiche. Da vari paesi membri, inclusa la Gran Bretagna, sono arrivati rapporti negativi in merito all’attuazione dell’operazione. E così le milizie libiche hanno tentato di accreditarsi agli occhi occidentali come le sole in grado di gestire i flussi. E hanno utilizzato gli sbarchi per innescare attacchi contro i nemici politici. Gli ultimi raid aerei degli Stati Uniti risalgono all'agosto 2016 e avevano proprio come obiettivo quello di colpire presunte cellule dello Stato islamico (Isis) a Sirte.


Ad alimentare il business delle migrazioni ha contribuito la repressione in corso in Egitto e in Eritrea. In particolare il presidente Abdel Fattah al-Sisi non ha concesso lo status di rifugiato a decine di migliaia di siriani e palestinesi, che erano stati invece accolti in Egitto dall’ex presidente Mohamed Morsi dopo le rivolte del 2011. Il caos che regna in Libia e l’assenza di controlli al valico di Sallum con l’Egitto hanno consegnato così migliaia di profughi nelle mani di contrabbandieri che hanno fatto delle migrazioni un business, gestito dalle mafie locali. I migranti sono costretti a pagare tra i 1.000 e i 3.000 euro per essere stipati in gommoni e imbarcazioni di fortuna. Scelgono la loro collocazione sull’imbarcazione da apposite pagine caricate su Facebook e diventano così oggetto di scambio di vere e proprie mafie che hanno contatti già nei paesi di arrivo.


Pubblicato il 

30.11.17..
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