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Affari nostri

Meglio fidarsi dei sensi più che dell’etichetta

di

Serena Tinari

Dice l’adagio che l’eccezione conferma la regola. Ho la fortuna di avere una suocera adorabile, il contrario della strega che a tanti è toccata in dote. All’inizio, vent’anni fa, la comunicazione era difficile – non parlavo tedesco e lei conosceva poche parole di italiano. L’equivoco era sempre dietro l’angolo. Un incidente di quei tempi ha cambiato il modo in cui faccio la spesa e gestisco la dispensa. Ospite nella sua casa di vacanze, spolverando mi misi a controllare le date di scadenza di spezie e scatolame. Turbata annunciai: Annemarie, ma è tutto da buttare! Mi guardò come fossi una marziana e in Esperanto mi spiegò che non dovevo credere ai numeri stampigliati sulle confezioni. Allibita chiesi a mio marito: perché tua mamma consuma roba andata a male? Perché gli alimenti durano più a lungo di quanto si creda, fu la lapidaria risposta. Ci ho messo anni a fare mia la rivelazione, ma oggi sono come loro e alle soglie dell’abbuffata di fine anno proverò a convincere anche voi.

 

Complice un lavoro fatto per Patti Chiari Rsi nel 2012, sono una paladina dello scaduto e me ne vanto. Intendiamoci: con carne, pesce e uova non si scherza. Ma tutto quello che è industriale e confezionato è buono da mangiare per settimane, mesi e talvolta anni oltre la fatidica data. Il mio capo Lorenzo Mammone mi consentì all’epoca di far testare in laboratorio un paniere di cibi scaduti e ne uscirono con certificati impeccabili. Zero batteri, e zero rischi per la salute. Crudeli, organizzammo una cena con tre esperti cui rifilammo un intero menu di roba scaduta, che dovevano distinguere da pietanze identiche, ma appena comprate. Ne vedemmo delle belle – non dimenticherò mai il cuoco stellato che non ne azzeccò quasi nessuna.


All’origine del bisticcio c’è un malinteso che fa comodo all’industria. Esiste infatti la “data di scadenza” – quella che accompagna una confezione di tortellini artigianali. L’altra è “da consumare preferibilmente entro” che troviamo su tanti prodotti industriali, e qui cominciano i problemi per gli affari nostri. L’alimento infatti non perde sapore, né diventa pericoloso; al massimo cambia aspetto o consistenza, è tuttavia buono e commestibile. In questa categoria rientrano scatolame, biscotti secchi, pasta, caffè: alimenti che mica per caso le nonne accumulavano in dispensa.

 

Oggi è passata la vulgata che le due date siano una cosa sola e questa è una bufala. Tanti prodotti alimentari hanno una vita lunghissima. È il bello della civiltà umana: abbiamo messo a punto procedimenti efficaci per conservare cibi e bevande. Usiamo sale, zucchero, aceto, e sostanze di sintesi per lo più innocue. Abbiamo imparato a liofilizzare e sterilizzare. Eppure, la maggior parte delle persone non si rende conto della differenza. Il fatto è che la data stampata sulla confezione fa paura e scatena l’irrazionalità. Non ci fidiamo dei sensi, obbediamo all’etichetta. Una paranoia collettiva che è all’origine di una buona fetta dello spreco alimentare, un fenomeno che ha raggiunto proporzioni mostruose e che è lo specchio della nostra attuale inciviltà. Nel 2018 sono andate in fumo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, mentre 36 milioni di persone morivano di fame.

Pubblicato

Giovedì 20 Dicembre 2018

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