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Lavoro & dignità

Ma come fanno gli usurai

Dal processo al titolare della Consonni Contract emergono i diversi metodi di taglieggiamento del salario degli operai, nonché dei singolari legami locali

di

Federico Franchini

È finalmente approdato in aula penale uno dei peggiori casi di malaedilizia mai andato in scena sui cantieri svizzeri. Protagonista della vicenda Marco Consonni, titolare dell’omonimo gruppo, accusato di usura aggravata e falsità in documenti per aver taglieggiato per anni i salari di undici operai. Fatti gravi, commessi da un «imprenditore affermato, persona che vuole apparire per bene, ma che porta disprezzo dell’altro, delle persone che non sono suoi pari» secondo le parole della procuratrice pubblica Chiara Borelli che ha chiesto una condanna di 3 anni e 8 mesi da espiare. La vicenda era emersa nel 2016, dopo che il “caporale” aveva fatto una segnalazione al sindacato Ocst.

«Che fai. Ti sei portato la gamella?!». Francesco, 70 anni, oggi in pensione, sgranocchia una focaccia fuori dall’aula penale. Ridono i due ex colleghi che, come lui, sono saliti dalla Brianza per seguire il processo del loro ex padrone, accusato di aver decurtato di oltre mezzo milione di franchi le loro buste paga. Tutto sommato, il clima è disteso. Francesco racconta: «Finalmente sono riuscito a portare ad Imperia mia moglie, a farle respirare l’aria di mare». È proprio per la consorte invalida che questo operaio senza qualifiche ha subito in silenzio il furto del suo stipendio. «Avevo mia moglie da mantenere e se reclamavo mi mandavano a casa, come è successo ad altri». Non c’è rivalsa nelle sue parole, solo il desiderio di giustizia.


Francesco ricorda le infinite trasferte per montare mobili a Ginevra. Dalle sue mani, e da quelle dei suoi colleghi, prendevano forma gli interni degli hotel più prestigiosi della Confederazione. Da Ginevra a Losanna, da Andermatt a Cademario, sono oltre 25 i milioni di franchi di commesse accaparrati in Svizzera dalla Consonni International Contract di Cantù, gruppo specializzato nell’arredamento di alberghi di lusso e yacht. Appalti elvetici ottenuti grazie ai prezzi concorrenziali resi possibili dai “risparmi” sul personale. Risparmi che avvenivano attraverso vari sistemi di taglieggiamento messi in atto dal 2008 al 2016 con «metodologia e sistematicità».

Sistemi di sfruttamento
È il marzo 2011 quando Francesco è stato assunto dalla Consonni International Contract, dopo un periodo di sei mesi in cui non aveva percepito salario, benché dipendente di una società subappaltante della stessa ditta lombarda attiva presso il cantiere dell’Hotel Starling di Ginevra. Inizialmente, Francesco è un distaccato in Svizzera per la società italiana. Poco importa se il numero massimo di giorni lavorativi previsto dalla legge sui distaccati è 90: questo periodo veniva eluso notificando periodi di presenza inferiori e retribuendo l’operaio con il solo salario italiano. È il “sistema A”, il primo dei sei metodi che, secondo l’accusa, sono stati creati da Marco Consonni per eludere i controlli e i Contratti collettivi (Ccl) svizzeri.


A Ginevra, però, il lavoro è tanto e qualche irregolarità era già stata constatata dalle autorità di controllo. Meglio non rischiare. Ad inizio 2012, Francesco viene così assunto dalla Co Consonni (Suisse), una società del gruppo basata presso una fiduciaria ginevrina. Il contratto è all’apparenza conforme alle norme vigenti in Svizzera romanda. In realtà Francesco veniva pagato in contanti con 1.500 euro al mese per più di 50 ore settimanali. È il “sistema B”.


Poi, dopo essere stato distaccato per un altro periodo, Francesco viene assunto dalla Consonni Contract Ch, una nuova società costituita presso una fiduciaria di Lugano. In questo “sistema C” il salario veniva versato correttamente, ma veniva in seguito imposta la restituzione dell’eccedenza salariale rispetto alla predefinita “spettanza italiana”. L’eccedenza era così ritirata dal capocantiere – colui che in seguito denuncerà il malandazzo, anch’egli in attesa di giudizio – e veniva posta in quella che era definita “Cassa Marco”. Altri tre sistemi (D, E e F) di questo «castello usuraio» sono stati messi in atto in seno alla Consonni per decurtare i salari, definiti dal titolare “danno azienda”.


In totale, secondo le cifre presenti nell’atto d’accusa, Francesco ha percepito per il lavoro in Svizzera svolto per la Consonni 50.377 franchi. Se pagato correttamente, avrebbe dovuto ricevere 117.161 franchi. Francesco, insomma, ha subito un furto sul proprio salario di 66.784 franchi. La sproporzione media tra lo stipendio versato all’operaio e quello che avrebbe dovuto ricevere è del 43%. In totale, l’accusa ha calcolato che Marco Consonni e le sue ditte hanno ottenuto vantaggi pecuniari pari a 562.804 franchi, risultante da una sproporzione del 63,66% rispetto a quanto avrebbe dovuto versare rispettando le norme.


L’interpretazione dell’usura
In Svizzera per punire i taglieggiamenti avvenuti suoi luoghi di lavoro si fa capo al reato di usura, utilizzato anche per perseguire il traffico di essere umani. Nei casi della tratta è però più facile fare emergere i due elementi costitutivi del reato d’usura, ossia lo sfruttamento dello stato di bisogno e la manifesta sproporzione del guadagno. Se quest’ultimo aspetto è più facile da dimostrare, più difficile è portare in tribunale le prove che dimostrino che un lavoratore sia in uno stato di bisogno. Difficile, ma non impossibile come dimostra la giurisprudenza: si pensi, in Ticino, alle condanne per usura per il titolare e il caporale attivi sul cantiere del Lac o per i responsabili della Muvartes e della Emme Suisse condannati nel 2017.


Anche nel processo Consonni, difesa e accusa hanno focalizzato i propri interventi attorno alla questione dello sfruttamento dello stato di bisogno. Da un lato, la pp Chiara Borelli ha più volte sottolineato la vulnerabilità degli operai scelti da Consonni: persone già in là con gli anni, con famiglia a carico, poco qualificate, che firmavano i contratti senza leggerli e ignare dell’esistenza dei Ccl. Per i difensori dell’imputato principale, Flavio Amadò e Sabina Aldi (granconsigliera leghista), non vi era nessuno stato di bisogno. Anzi, i salari versati, benché taglieggiati, erano superiori a quelli che avrebbero percepito in Italia. Non è quindi il Ccl svizzero il quoziente da considerare per provare il taglieggiamento, ma quello italiano.

 

A questa affermazione sconcertante, è stato aggiunto il fatto che in un contesto di mercato del lavoro in ripresa (provato dall’aumento del numero dei frontalieri) gli operai avrebbero potuto trovare un altro impiego. Ed è sempre nell’ottica di negare lo sfruttamento dello stato di  bisogno che i difensori di Consonni, persona talmente benestante da usufruire in Ticino del regime fiscale di globalista, hanno fatto i conti in tasca ad ogni singolo operaio: le auto, le moto, le case, gli stipendi dei figli, le piccole proprietà degli operai sono state scandagliate per dire che no, in fondo, non erano poi così disperati da dovere accettare il salario decurtato imposto in seno alla Consonni. «Anche sull’invalidità di mia moglie hanno avuto da dire» esclama Francesco, visibilmente contrariato.
Ora non resta che attendere la sentenza, prevista per le prossime settimane. Il verdetto dei giudici avrà un impatto importante per delineare la lotta contro la malaedilizia nei prossimi anni.

 

La fiduciaria luganese e i legami con Consonni

 

Tra il pubblico in sala mercoledì 2 ottobre vi era anche il capo del “Legal & Compliance” della nota fiduciaria luganese Wüllschleger Martinenghi e Manzini (Wmm). Uno dei dipendenti della società, infatti, è sul banco degli imputati per avere aiutato Marco Consonni a mettere in atto due dei sei sistemi descritti dalla pp Chiara Borelli per decurtare i salari degli operai. Il coinvolgimento del fiduciario inizia nel novembre 2012, quando il nuovo direttore amministrativo della Consonni International Contract decide di non prestarsi ai metodi di restituzione dei soldi imposti dal titolare.

 

Quest’ultimo necessita però che gli operai da impiegare in Svizzera mantengano le stesse, a lui vantaggiose, condizioni salariali precedenti. È a quel punto che il patron si rivolge all’impiegato della Wmm, società che tra le varie cose si occupava della gestione amministrativa della Consonni Contract Ch. La prima richiesta è quella di allestire dei contratti di lavoro a tempo parziale per sei lavoratori. In realtà gli operai lavoreranno ad un tasso d’occupazione effettivo superiore al 100%. È quello che nell’atto d’accusa è definito il “sistema D”. In seguito, nel 2014, Marco Consonni chiede al fiduciario di bonificare ad alcuni operai già assunti dalla Consonni Contract Ch la sola predefinita “spettanza italiana” del salario. Il fiduciario prepara le buste paga e aggiunge fittiziamente a macchina da scrivere la dicitura “ricevuto a contanti”. È il “sistema E”. La somma corrispondente ai fittizi acconti veniva poi prelevata dallo stesso impiegato della Wmm e consegnata a Consonni. Questo sistema finisce nel settembre 2014, quando il fiduciario si rifiuterà di continuare con i prelievi in contanti.


L’uomo, che nel 2016 ha passato 16 giorni in carcere preventivo, è stato definito dalla procuratrice Chiara Borelli come «un fantoccio di Consonni». Nei suoi confronti l’accusa ha chiesto una condanna a 14 mesi sospesi. Il suo avvocato, Edy Salmina, ha chiesto l’assoluzione per mancanza di dolo. Al di là della colpevolezza o meno dell’uomo che, così come quella dello stesso Consonni, toccherà al tribunale valutare (per ora sono tutti presunti innocenti), al processo è emerso come proprio la Consonni Contract Ch fosse un cliente importante per la Wmm. È in effetti a questa fiduciaria che si appoggia Consonni quando decide di creare in Ticino la società istituita ad hoc per assumere gli operai prima distaccati in Svizzera. È presso i suoi uffici in via alla Campagna che la Consonni ticinese ha avuto il suo indirizzo per oltre due anni, dal 2012 al 2014, prima di trasferirsi a Chiasso. Non solo: il superiore diretto del fiduciario è stato dal 2012 al novembre 2016 anche membro del Cda della stessa Consonni Contract Ch, oltre che della scuola creata in Svizzera dall’imprenditore canturino.

 

Ma gli intrecci non sono finiti qui. In Ticino, la Consonni era attiva in particolare sul cantiere del Kurhaus di Cademario dove ha ottenuto commesse per oltre 5 milioni di franchi. È su questo cantiere – che ha anche beneficiato di aiuti pubblici cantonali sulla base delle legge sul turismo – che, già nel 2013 e 2014, l’Ocst segnalò pubblicamente diversi abusi commessi dalla Consonni Contract Ch. All’epoca nel Cda della società che gestisce il Kurhaus siedevano Emilio Martinenghi (presidente) e Giovanni Manzini (membro), ossia due massimi dirigenti della Wmm. La società presso cui aveva sede la Consonni Contract Ch. Un ottimo cliente, non c’è che dire.

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Giovedì 10 Ottobre 2019

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