Durante uno dei miei pasti „aziendali" il mio sguardo si è posato su un frigorifero contenente gelati con la scritta Lusso®. Il significato del segno ® mi è noto da tempo e non ho avuto difficoltà alcuna a trovarlo sul computer e quindi a riprodurlo per chi legge area. Per chi non lo sapesse ® sta per "registred" ed indica che l'espressione usata è oramai registrata e che quindi essa non è a pubblica disposizione, bensì costituisce titolo di proprietà intellettuale privata. Dunque il lusso sarebbe un marchio registrato e per potervi accedere bisogna chiedere il permesso a chi ne ha diritto? La cosa ha un che di ridicolo, visto che la parola in questione ha sempre messo in evidenza la presenza di un bene comunque raro e non accessibile a chiunque. I giuristi mi insegneranno sicuramente che la fabbrica di gelati in questione non ha comperato in maniera definitiva la parola lusso, ma solo il suo uso mediante una precisa grafica e colore e solo qualora lo si volesse pure usare in connessione con la commercializzazione di prodotti alimentari.
Durante il mio pasto comincio a rendermi conto della complessità del titolo giuridico di proprietà e della sua onnipresenza. Oramai non si può più accedere spontaneamente a risorse che ci attorniano: testi, immagini, parole. Tutto sembra già essere occupato e comprato da qualcuno e bisogna prendere le precauzioni del caso. D'altro canto ho talvolta l'impressione che tutto sia facilmente disponibile senza tener conto di diritti di proprietà. Tutti i giorni navigo in internet e riesco ad avere gratuitamente testi e documenti che arricchiscono il mio lavoro e la mia ricerca. Ma allora in che mondo siamo? La risposta non è facile poiché anche la categoria di "proprietà privata" sembra aver perso un significato preciso. Non posso permettermi il lusso di usare la parola lusso poiché sembra già essere proprietà di qualcuno, mentre posso scaricare sul mio ordinatore le principali opere della letteratura mondiale senza dover rendere conto di nulla a nessuno. La contraddizione è comunque solo apparente. Il sistema capitalista infatti non si interessa al consumo individuale bensì alla commercializzazione sistematica di un bene. Non a caso le versioni elettroniche delle riviste scientifiche sono a pagamento per i singoli consumatori e la comunità scientifica ha un accesso gratuito alle stesse solo per il fatto che le biblioteche universitarie pagano salati abbonamenti per metterle a disposizione dei propri ricercatori. Mediante il movimento open access le università cercano ora di prendere in mano la situazione, cercando di contrastare la commercializzazione crescente del sapere. Operazione benvenuta, anche se possibile soprattutto in paesi ricchi che possono finanziare la ricerca anche con mezzi pubblici. Che lusso®! 

Pubblicato il 

01.06.07..

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