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L'editoriale

Luoghi di lavoro e di contagio

di

Claudio Carrer

Come già era successo durante la prima ondata della pandemia, appare evidente che i rischi di contagio da coronavirus cui vanno incontro le lavoratrici e i lavoratori svolgendo la loro attività professionale e i conseguenti danni alla loro salute vengono sistematicamente sottaciuti, minimizzati e ignorati. È una diretta conseguenza della strategia scelta dal Consiglio federale, che consiste nel mettere davanti a tutto, costi quello che costi, il funzionamento della macchina produttiva e la salvaguardia dei profitti delle grandi imprese.

Una strategia confermata ancora mercoledì: sordo agli appelli di autorevoli economisti e ignorando le raccomandazioni della stessa task force della Confederazione in favore di misure più restrittive per contenere la diffusione della pandemia (chiusura di bar e ristoranti, centri del tempo libero eccetera), il Governo ha deciso di “aspettare” (ancora) una nuova valutazione della situazione degli esperti il prossimo fine settimana.

 

Questo nonostante un’evoluzione dei contagi tutt’altro che confortante, strutture ospedaliere della Romandia vicine al collasso (la Rega effettua giornalmente fino a 6 trasferimenti di pazienti da un ospedale completamente occupato verso un altro), reparti di cure intensive al limite delle loro capacità, personale sanitario esausto e un numero di morti giornalieri tra i più alti in Europa in proporzione agli abitanti. Una strategia cinica e azzardata, avvertono gli stessi esperti, perché aspettare significa favorire la propagazione del virus e così aumentare i rischi per la salute fisica e mentale della popolazione e il numero dei morti (di coronavirus e di altre patologie che la situazione induce a trascurare). Ma significa anche danneggiare l’economia (si pensi ai costi sanitari, alle assenze per quarantena, ai ristoranti e ai bar che vivono un lockdown “di fatto”) e dunque la società nel suo complesso.


Presentare i luoghi di lavoro come “sicuri” o ben “protetti” è funzionale a questo tipo di approccio, ma è poco aderente alla realtà che si può osservare sul terreno: piani di protezione insufficienti, mancato rispetto delle raccomandazioni e dell’obbligo di quarantena, gravi lacune nei sistemi di controllo da parte delle autorità, assenza dei test di depistaggio.

 

Tutte situazioni all’ordine del giorno (si legga il nostro servizio correlato), ma che si cerca di camuffare con informazioni oggettivamente poco credibili e non suffragate da dati certi. L’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) sostiene che il principale luogo di contagio sarebbe la famiglia e che nei luoghi di lavoro si svilupperebbero circa il 16 per cento dei casi. A parte il fatto che il virus non nasce nelle nostre case ma ci viene portato da fuori, è un’affermazione che poggia su dati molto parziali e non è suffragata da valutazioni scientifiche. Basti pensare che lo stesso Ufsp (soprattutto in questa fase con il sistema di tracciamento praticamente in tilt) è in grado di conoscere il probabile luogo di esposizione al coronavirus e la probabile catena di contagio in meno del 20 per cento dei casi. In tutti gli altri si brancola nel buio.

 

Come si fa allora a sostenere che i luoghi di lavoro sono un contesto di contaminazione secondario? Probabilmente perché costa meno che adottare e fare applicare misure di protezione della salute dei salariati, ma questo è un approccio cinico e miope.

Pubblicato

Giovedì 19 Novembre 2020

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