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Uscire dalla crisi

«Liberarsi del passato per liberarsi dalla crisi»

L'economista e ricercatore Christian Marazzi su Covid, Trump, capitalismo, povertà, crisi in Svizzera e Stato sociale. Le politiche liberiste alla prova del Covid.

di

Francesco Bonsaver
«L'occupazione del Congresso negli Stati Uniti da parte dei sostenitori di Trump è il risultato delle politiche scellerate liberiste degli ultimi decenni». La capacità di leggere l'attualità stringente, inserendola nelle dinamiche storiche, è una delle opportunità offerte nell'ascoltare o leggere Christian Marazzi, economista e ricercatore sociale attualmente docente alla Supsi, con un passato in diverse università svizzere e internazionali e autore di numerosi saggi. E allora, leggiamo insieme con lui l'attualità pandemica nel mondo e in Svizzera, le sue ricadute sulla popolazione e le scelte dei governanti per superare le difficoltà.
 
«C'è una linea retta tra le misure d'austerità condite da politiche monetarie che non hanno fatto altro che gonfiare le borse e la finanza, e l'invasione dello sciame sciamanico del Campidoglio» spiega Marazzi. La pandemia sta svelando lo stato precario della società dopo anni di politiche liberiste. «La crisi accelera l'implosione di una società da anni fortemente orientata alla crescita delle diseguaglianze sociali e alla polarizzazione dei redditi» argomenta il professore. 

I dati sulla crescita della diseguaglianza economica sono innegabili, anche in Svizzera. Stando alle cifre pubblicate dall'Amministrazione federale delle contribuzioni pubblicate lo scorso anno, dal 2012 al 2017 i patrimoni dei più abbienti (0,3% dei contribuenti) sono cresciuti del 48%. Nello stesso periodo, i due terzi dei contribuenti elvetici (64%), che possiedono un patrimonio inferiore ai 100mila franchi, lo hanno visto crescere unicamente del 5%.

Le cifre lo indicano in modo chiaro: i ricchi diventano sempre più facoltosi, mentre la netta maggioranza della popolazione è quasi ferma al palo.
 
L'anno pandemico ha ulteriormente accresciuto il divario economico nella popolazione. Uno studio pubblicato in ottobre da Ubs e Pwc (Billionairs Report) che analizza periodicamente lo stato dei super-ricchi, le sostanze dei 37 miliardari in Svizzera sono salite a 124 miliardi di dollari, con una crescita del 29% da aprile a luglio dell'anno scorso. Risultati simili si riscontrano in tutto il pianeta, in particolare negli Stati Uniti, dove si concentra il maggior numero di miliardari al mondo. Stando agli analisti, hanno potuto approfittare della ripresa dei mercati azionari succeduta al crollo dovuto alle conseguenze dell'epidemia. Solo da aprile i loro patrimoni sono saliti del 28%.
 
Capitalismo al bivio

La disperazione economica in cui stanno sprofondando sempre più ampie fasce della popolazione, rende la situazione politica esplosiva. L'occupazione del Campidoglio americano potrebbe esserne un primo assaggio. «In gioco c'è il capitalismo, la sua sopravvivenza» commenta Marazzi. «Ne sono consapevoli gli stessi vertici delle istituzioni mondiali come il Fondo monetario, la Banca centrale europea, l'Ocse o la stessa Ue. Vi è un consenso unanime in queste istituzioni sulla necessità di un impellente cambio di rotta». 

Sul banco, tra i principali imputati vi è la politica monetaria ultra espansiva, con quelle iniezioni mensili di miliardi di liquidità, condotta dalle banche centrali, di cui ha approfittato il capitalismo finanziario, il capitalismo della rendita, che ora potrebbe volgere alla fine
«La politica monetaria che da sola ha retto le sorti dell'economia mondiale dalla crisi dei subprime del 2008 in poi, ha aumentato in modo impressionante le diseguaglianze sociali, facendo lievitare i debiti pubblici e privati in maniera improduttiva, generando rendita finanziaria ma non crescita reale. Tra il 1980 e il 2019 i volumi dei debiti pubblici e privati sono raddoppiati mentre nel medesimo periodo c'è stata addirittura una diminuzione degli investimenti» dice Marazzi. Sono indicatori che attestano lo stato cancerogeno del capitalismo.

Il Recovery fund europeo di 750 miliardi (390 miliardi di contributi a fondo perduto e 360 di prestiti) per rilanciare l'economia europea dalla grave crisi pandemica, potrebbe rappresentare il punto di svolta. È la prima volta infatti che l'Ue opta per un indebitamento comune per rilanciare la crescita. «Non c'è dubbio che sia un cambio di rotta rispetto alle politiche monetarie del passato. È assolutamente imperativo muoversi verso un rilancio delle politiche fiscali e delle politiche d'investimento pubblico che facciano da contraltare alle politiche monetarie, le uniche attivate dalla crisi finanziaria del 2008 e farcite di politiche d'austerità risparmiste, politiche rivelatesi deleterie sotto tutti i punti di vista. D'altronde, siamo a un bivio. O si cambia o si continua sull'onda di politiche monetarie ultra espansive che stanno gonfiando in modo assolutamente irrazionale le borse. Se non si cambia rotta, andremo diritti verso una bolla epica, come l'hanno definita degli analisti di Wall Street». 
 
L'avarizia liberista elvetica
Nonostante questa consapevolezza, i sostenitori delle politiche liberiste sono lungi dal darsi per vinti. «Oggi la visione neoliberale è superata nei fatti dalla questione emergenziale. Si assiste però a soggetti che si ostinano a difenderla a oltranza, che sferrano colpi di coda nel tentativo di resistere a questa evidenza storica, un po' come Trump che rifiuta l'evidenza della sua sconfitta».

L'esempio lo troviamo anche a casa nostra. «In Svizzera le misure prese, rispetto ai paesi che ci circondano, sono state molto timide, e questo per paura di un aumento del debito pubblico. Ci vuole invece una visione d'insieme, ci vuole coraggio, occorre cogliere l'opportunità data dalla crisi, attuando delle scelte d'investimento strutturali a medio-lungo termine nei settori fondamentali quali sanità, socialità, formazione, ricerca, cultura e ambiente» osserva Marazzi.

«La gestione della pandemia governata in modo taccagno in Svizzera, ha messo in evidenza la mentalità politica dominante tuttora ancorata al liberismo, con le inevitabili conseguenze. L'incitazione all'indebitamento delle piccole e medie imprese (Pmi) obbligherà queste ultime a trascinarsi il peso del debito per molti anni a venire visto che ci aspetta un lungo periodo di stagnazione economica. Il congelamento dei licenziamenti con il lavoro ridotto, finanziato – è bene ricordarlo – dai contributi prelevati sui salari dell'assicurazione disoccupazione, ha contenuto il disastro sociale. Ma solo temporaneamente. Il disastro non tarderà a emergere». 
 
Stato sociale vitale
Lo Stato sociale reggerà all'urto? «Lo Stato sociale è arrivato già fragile all'appuntamento con la crisi. Nell'ultimo trentennio le politiche liberiste lo hanno costantemente delegittimato, imponendogli pesanti misure di risparmio. Ma la radice della sua fragilità sta nell'impalcatura stessa dello Stato sociale, imperniata sulla forma del lavoro a tempo indeterminato, quando nella realtà odierna il mondo del lavoro si è radicalmente modificato. Gli indipendenti, la cui importanza sociale è diventata evidente con la crisi, incarnano una tendenza in atto da tempo nei cambiamenti nelle forme di lavoro, ma scontano un ritardo sul fronte delle tutele assicurative dello Stato sociale. In questa discrasia fra politica sociale neoliberista e realtà oggettiva del mondo lavorativo, c'è il rischio che si inseriscano dinamiche rivendicative di tipo corporativo». 
 
Infatti, negli ultimi tempi si è assistito a un fiorire di rivendicazioni, certo legittime, di categorie professionali o imprenditoriali alla ricerca di aiuti statali per contenere i danni economici patiti dalla propagazione del virus. In alcuni casi, l'esser riusciti ad ottenerli è dipeso soprattutto dalla forza politica della lobby che le rappresenta. «Il rischio è quello della corporativizzazione dello Stato sociale, dove dei gruppi rivendicano protezioni sociali entrando in conflitto tra di loro. Ci vuole invece una visione d'insieme. Riprendendo l'esempio degli indipendenti, bisogna accettare che la realtà di questa forma di lavoro è definita strutturalmente, benché composta da soggetti tra loro molto diversi. Ma anche i salariati sono dentro questa tendenza alla frammentazione, con l'estremizzazione della flessibilità oraria, l'espansione del lavoro gratuito e la coazione alla disponibilità lavorativa nei tempi di vita. In questa epoca di "capitalismo della sorveglianza", assistiamo alla messa al lavoro della vita, all'estrazione di valore da ogni poro della nostra esistenza, senza alcun riconoscimento, senza alcun risarcimento. Per questo occorre lottare per uno Stato sociale che investa sulla vita, sulla cura delle persone, che distribuisca un reddito all'altezza della dignità umana. Lo Stato sociale andrebbe ripensato sulla realtà presente e futura, non sul passato... che non passa. Uno Stato sociale che, come la vita, può solo avere una forma universale».
 

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Giovedì 21 Gennaio 2021

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