Processo Eternit

Il processo d'appello Eternit di Torino va avanti e già prima dell'estate dovrebbe giungere a sentenza. Nelle prime udienze i legali degli imputati le hanno provate tutte per impedire alla giustizia italiana di fare il suo corso, ma le numerose eccezioni da loro sollevate sono state respinte dalla Corte e il dibattito è potuto entrare nel merito della vicenda, nel merito della strage causata dagli stabilimenti italiani della multinazionale svizzero-belga dell'amianto e della condotta criminale dei suoi massimi ex dirigenti succedutisi alla sua guida, il belga Jean Louis De Cartier e il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, entrambi condannati in primo grado a sedici anni di carcere per omissione dolosa delle misure anti-infortunistiche sui luoghi di lavoro e per disastro ambientale doloso permanente.

 

Reati che hanno causato e stanno tuttora causando migliaia di malati e di morti tra gli ex lavoratori come tra i cittadini che pur non avendo mai messo piede in fabbrica sono entrati in contatto con la polvere killer dispersa negli ambienti di vita dalla stessa Eternit, nonostante la piena consapevolezza da parte dei suoi dirigenti circa la pericolosità per la salute.


Nel ricorso che il Tribunale d'Appello di Torino ha iniziato a dibattere lo scorso 14 febbraio, i legali degli imputati cercano di demolire le argomentazioni alla base della sentenza di primo grado, sostenendo che con essa si voglia giudicare un lontano passato di storia industriale valutandolo con le conoscenze di oggi, il che porterebbe a interpretare tutti i comportamenti di allora come frutto di inganno e malafede.
Una tesi respinta con veemenza dai magistrati del pool guidato dal sostituto procuratore Raffaele Guariniello, che proprio nei giorni scorsi (riconfermando la richiesta di condanna a vent’anni di carcere) hanno ricostruito in aula i passaggi essenziali di quel pezzo di storia industriale fatto di menzogne, di negazione dell'evidenza e di e di una politica di contro-informazione portata avanti a livello mondiale da un vero e proprio cartello di cui gli imputati erano attori di primissimo piano.


Il loro ruolo è stato descritto in aula dal pubblico ministero Sara Panelli, che in un’appassionata requisitoria ha ribadito, sulla scorta di decine e decine di documenti, di testimonianze, di verbali, di lettere e di altre risultanze dell’inchiesta, come De Cartier e Schmid­heiny (i «veri dominus della multinazionale») fossero perfettamente a conoscenza dei rischi ma «scientemente decisero di non investire in sicurezza». Ha in particolare citato un convegno del cartello mondiale dell'amianto tenutosi a Londra nel 1971 in cui si discusse delle cautele necessarie per trattare la fibra che i regolamenti d'igiene industriale britannici già prevedevano nel 1969 e dove, invece di pensare a come tutelare i lavoratori, si cominciò a pianificare una campagna di disinformazione.


Una campagna che raggiungerà il suo apice nella seconda metà degli anni Settanta, quando la gestione della Eternit passò dai belgi agli svizzeri, cioè a Stephan Schmid­heiny. Costui nel 1976 convocò a Neuss (Germania) i top manager della multinazionale per informarli sui danni causati dall'amianto ma anche per dire loro che bisognava andare avanti lo stesso sostenendo la tesi della “lavorazione in sicurezza”.
Nel suo discorso conclusivo (di cui i magistrati torinesi sono riusciti a entrare in possesso) Schmidheiny affermò: «È decisamente importante che ora non si cada in forme di panico. Questi giorni di convegno sono stati determinanti per i direttori tecnici, i quali sono rimasti scioccati. Non deve succedere la stessa cosa con i lavoratori». Lavoratori ai quali andava dunque data «un'informazione adeguata» (cioè taciuto il rischio) seguendo una sorta di vademecum allestito con la complicità di uno pseudo-scienziato a lui subalterno.
Sara Panelli ha dunque citato le numerose lettere personali e riservatissime che Stephan Schmidheiny inviava all'amministratore delegato di Eternit Italia servendosi di una casella postale segreta, «di cui nemmeno la segretaria sapeva nulla». In queste lettere «si trattavano argomenti scottanti come la salute dei lavoratori o questioni legate alle lotte sindacali», in particolare nella fabbrica di Casale Monferrato (Alessandria), dove si cominciò a scioperare per la salute dei lavoratori già nella prima metà degli anni Settanta e su cui il miliardario svizzero voleva sempre avere il polso della situazione.
Particolarmente curioso l'invito a prendere come esempio (per mettere a tacere i dissidenti ed evitare quindi una messa al bando “prematura” dell'amianto) la vicenda di un sindacalista americano “premiato” con un posto nel consiglio di amministrazione di una multinazionale.

 

«La Corte riconoscerà l’atroce verità»

 

«La sentenza d'appello credo confermerà che non è possibile portare avanti una politica di sviluppo industriale fondata esclusivamente sul profitto e che non considera minimamente la vita dei lavoratori e delle popolazioni che vivono attorno alle fabbriche». A un mese dall'inizio del processo di secondo grado, il coordinatore del Comitato vertenza amianto Bruno Pesce (nella foto) guarda con fiducia all’esito finale (atteso entro l'estate), dopo aver preso atto con soddisfazione della decisione della Corte di respingere tutte le eccezioni di incostituzionalità e quelle procedurali poste dalla difesa degli imputati.Eccezioni che miravano ad annullare il processo, a spostarlo altrove, a insabbiarlo o a farlo ricominciare da capo, naturalmente nella speranza di far guadagnare tempo agli imputati e avendo come “traguardo” quello della prescrizione.


Bruno Pesce, che sentiamo al telefono dal suo ufficio di Casale Monferrato, si dice fiducioso anche su una conferma da parte della Corte d'appello sia del dolo sia della permanenza del reato che erano stati riconosciuti nella sentenza di primo grado. E non potrebbe essere altrimenti, visto che nella sua città a causa della presenza della fabbrica Eternit (chiusa su auto-istanza di fallimento nel 1986) sono già morte duemila persone tra ex lavoratori e semplici cittadini e tuttora si registra una nuova diagnosi di mesotelioma (il tipico cancro da amianto che purtroppo non dà scampo) ogni settimana.

 

«Oggi nel 90 per cento dei casi si tratta di comuni cittadini che non avevano mai messo piede all'Eternit», ricorda Bruno Pesce. Che aggiunge: «E poi dobbiamo fare i conti con la continua scoperta di nuovi siti con la presenza del famigerato “polverino”, sparso sul territorio dall'Eternit mediante uno smaltimento criminale messo in pratica regalando gli scarti della lavorazione. Per non parlare del modo in cui Stephan Schmidheiny abbandonò lo stabilimento: lasciando decine e decine di tonnellate di amianto ai quattro venti che ancora oggi continuano a produrre inquinamento. Insomma, siamo tuttora confrontati non solo con gli effetti ma anche con le cause. Se questa non è permanenza del reato...».
«Non credo che la corte si lascerà sfuggire questa verità atroce ma vera», conclude Pesce.

 

Pubblicato il 

14.03.13..

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