L'editoriale

Quando si sa che una sostanza “probabilmente” provoca il cancro, è giusto consentirne un utilizzo su larga scala in attesa di certezze scientifiche sulla sua nocività? Qualsiasi persona di buon senso risponderebbe evidentemente di no. Le autorità (europee e svizzere), che avrebbero innanzitutto il dovere di tutelare la salute delle persone e dell’ambiente, dicono invece di sì. È assurdo, ma è così che vanno le cose. Soprattutto quando sono in gioco interessi economici miliardari.


La recente decisione dell’Unione europea (ne parliamo qui) di prorogare di cinque anni l'autorizzazione per l’utilizzo del glifosato, il principio attivo presente nella maggior parte degli erbicidi sospettato di essere cancerogeno, è un esempio concreto di questa logica perversa. Anziché far prevalere il principio di precauzione e fidarsi dei ricercatori, ci s’inginocchia davanti ai colossi dell’agrochimica come Monsanto, che evidentemente hanno tutto l’interesse a mantenere sul mercato i loro prodotti. Chi se ne frega se sono nocivi! Le autorità europee (al pari di quelle elvetiche, la cui condotta è identica) si aggrappano al fatto che non vi sarebbero “prove sufficienti” di un legame tra la sostanza e il rischio di cancro. Questo nonostante il fatto che l’Organizzazione mondiale della sanità – tramite la sua Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – abbia classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno” per l'uomo e che, in ogni caso, oggi nessuno può affermare con certezza che sia innocuo.


Specialmente dopo le rivelazioni emerse negli ultimi mesi grazie ai cosiddetti “Monsanto papers” (le carte del processo intentato contro la multinazionale americana dallo Stato della California) e all’inchiesta del quotidiano francese Le Monde sui metodi di Monsanto per condizionare la scienza, gli organi di controllo e le leggi degli Stati.


Ricercatori e scienziati pagati per sottoscrivere dei documenti (preparati dalla stessa Monsanto) che assolvono il glifosato, l’Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa) che giunge alla stessa conclusione copiando di sana pianta dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto e che tiene nascosto uno studio realizzato dalle aziende agrochimiche sui topi che confermava l’insorgenza di linfomi maligni.
La scelta di Monsanto di comprarsi gli scienziati pare dare i suoi frutti, visto che la citata decisione dell’Unione europea poggia proprio sulle valutazioni dell’Efa. E lo stesso fa la Svizzera in un documento dell’Ufficio federale dell’agricoltura, datato 4 ottobre 2017, per riaffermare che il glifosato «non è cancerogeno... stando allo stato attuale delle conoscenze».  


Questa vicenda ci fa venire in mente la tragedia dell’amianto, il cui utilizzo è stato protratto a lungo nel tempo ricorrendo sostanzialmente agli stessi metodi: il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, ultimo padrone della multinazionale Eternit ancora in vita e attualmente sotto processo in Italia per omicidio, pagava gli scienziati per delegittimare i ricercatori e per negare la evidenze scientifiche sulla nocività dell’amianto, infiltrava suoi uomini nelle agenzie delle Nazioni Unite per influenzare le decisioni in materia di tutela della salute dei lavoratori, si accordava con gli Stati per ottenere dei tempi di uscita dall’amianto favorevoli ai suoi affari, faceva spiare le associazioni delle vittime e cercava di taroccare l’informazione ai lavoratori e all’opinione pubblica. “Andare avanti finché si può” era la parola d’ordine. E la storia sembra ripetersi.

Pubblicato il 

30.11.17..
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