Esteri

Fallito il tentativo di resistere al comando del Pd anche dopo la disfatta, almeno fino alla formazione del governo, Matteo Renzi si è dimesso con una lettera alla direzione del partito, a cui non s’è fatto vedere ma sentire sì, sparando ad alzo zero sul quartier generale e pretendendo ancora di dettare la linea dopo aver accusato i gufi di avergli impedito di condurre fino in fondo la sua guerra. Una guerra di annientamento del Pd e dell’intera sinistra. Ma già minaccia un suo ritorno. La guida temporanea passa al suo secondo, l’ex ministro Martina che accompagnerà (sotto l’occhio vigile di Delrio, Calenda, Franceschini...) i resti del Pd all’assemblea incaricata di scegliere il percorso per l’elezione del nuovo segretario. Sembra escluso il congresso, dovranno decidere tra le primarie come vuole lo statuto e il cambiamento delle regole.
La sinistra italiana non è mai scesa così in basso dopo il 18 aprile del 1948. In 4 anni il Pd è precipitato dal 41 al 18% e alla sua sinistra c’è quasi il vuoto: un 3,2% di Leu – già a rischio scissione – più frammenti distribuiti in ben tre liste. Con Renzi è uscito di scena anche D’Alema, il fine politico che sperava nell’Alzheimer del popolo di sinistra (dalle bombe intelligenti alla bicamerale, dalla Fornero al jobs act).


Cambiando campo, anche il risorto Berlusconi ha perso: la prima forza della destra è la Lega che mette in discussione il suo ruolo di “garante” rispetto a un’Europa preoccupata dalle derive populiste italiane. È quasi patetico vedere l’ex cavaliere lanciare profferte al Pd per non farsi strangolare dal radicalismo fascio-leghista di Salvini. Il Pd resiste anche alle richieste di sostegno avanzate da Di Maio, e resisterà almeno fino a quando il presidente Mattarella non prenderà in mano il mazzo rafforzando i suoi appelli alla responsabilità. Appelli che vanno nella stessa direzione del grande fratello globale noto con il nome di Troika. Chi era, del resto, il garante del liberismo – la cui bandiera è stata gettata dalle destre convertite al sovranismo – se non il Pd?
L’unico risultato elettorale previsto da tutti è l’ingovernabilità del Paese, perché nessuno ha i numeri sufficienti, con il M5S sopra il 32%, la coalizione delle destre sopra il 37% e il Pd fuorigioco. Si fa un gran parlare di accordo tra i “populisti”, Salvini e Di Maio: chiacchiere per ora, perché se la linea del M5S è incentrata sul reddito di cittadinanza con cui ha sbancato il Mezzogiorno – 29 miliardi il costo, da recuperare aumentando le tasse ai ricchi e con la lotta all’evasione – quella della Lega invece è incentrata sulla flat tax, un progetto incostituzionale che prevede un fisco al 15% uguale per tutti. In un Paese in cui la povertà crescente colpisce un italiano su 4 ed è esplosiva tra i giovani e al Sud, la destra punta a un ulteriore aumento delle diseguaglianze che fanno crescere paura e povertà.


La paura, figlia dell’insicurezza sociale, è agita a fini razzisti dal lepeniano Salvini. Nel mondo del lavoro la Fiom rappresenta un argine democratico che rischia però di essere spazzato via dallo tsunami. Mi racconta un segretario regionale Fiom il suo shock per ciò che ha scritto su facebook una dirigente locale a sostegno di Luca Traini, l’ammazza neri di Macerata. La convoca e le dice che scrivere “la prossima volta aggiusta la mira” è incompatibile con la tessera Fiom. E lei risponde: “Cacciatemi pure, ma è quello che penso. Ed è quello che pensa il popolo”.


Che governo avrà il Belpaese? Ci vorrà tempo per saperlo. Primo passo, l’elezione dei presidenti delle Camere che presuppone un accordo tra due dei tre poli usciti dalle urne. Poi Mattarella avvierà le consultazioni, difficilmente prima di Pasqua, e affiderà l’incarico a chi ha più chance. Tra le ipotesi in campo, un governo di garanzia, o di scopo, che metterebbe in un angolo tanto la voglia di opposizione del Pd quanto l’autoreferenzialità dei due vincitori. In caso di fallimento di ogni tentativo, il ritorno alle urne che ha almeno 1.000 ragioni contrarie, tante quanti sono i parlamentari eletti.

 

Tra gli operai e i poveri sfondano Lega e M5S


La nuova mappa geopolitica dell’Italia nata dalla rivoluzione del 4 marzo traccia confini inediti o, al contrario, segna ritorni alle divisioni ottocentesche. Cambiano di colore intere regioni. Il rosso che dominava il centro della penisola si è scolorito nell’unica regione in cui il centrosinistra resta maggioranza, la Toscana, dove resistono macchie di rosa pallido, mentre il verde-blu a trazione leghista dipinge gran parte dell’Emilia e domina in Umbria. Le Marche (e la Romagna) scivolano nel Regno delle due Sicilie a tinta unica, il giallo 5 Stelle. Nordovest, Nordest, Liguria passano in massa sotto il dominio salviniano con un’unica eccezione: il Trentino Alto Adige, ma solo perché lì il declinante Pd è alleato allo storico padrone di casa, la Südtiroler Volkspartei i cui elettori sono così di bocca buona da votare persino la renzianissima Boschi. Elettori Pd in fuga da Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria ed Emilia Romagna e la Lega non più nordista ma nazionale e sovranista sfonda, sorpassa il vecchio monarca di Arcore e getta basi in tutta la penisola, persino nelle isole asfaltate da Di Maio. Salvini sale sul gradino più alto a Macerata, la Civitas Mariae passata dal solidarismo cattolico all’egoismo individualista, quasi un applauso al fascio-leghista che aveva fatto il tiro a segno su sette africani. A Sud, le regioni governate dal Pd (quasi tutte, con l’esclusione della Sicilia che solo recentemente ha cambiato di colore, dal rosa al blu) sono state conquistate da Di Maio che in Campania e in Sardegna sfiora il 50% dei consensi.
L’unica buona notizia per il Pd e per la sinistra di Liberi e uguali (che a stento ha superato lo sbarramento del 3% portando un minuscolo drappello di eletti in Parlamento) è il salvataggio della Regione Lazio, non grazie ma nonostante il Pd. Il presidente rieletto, fratello del commissario Montalbano, ha raccolto centinaia di migliaia di voti più di quelli presi lo stesso giorno alle politiche dai partiti che l’hanno sostenuto, e ha vinto grazie a una politica delle alleanze che apre a sinistra (Leu) e chiude a destra (Lorenzin-Casini).
Passando dalla disamina geografica a una più politico-sociale si può dire che il primo partito italiano (M5S, oltre il 32%) è stato premiato in particolare da giovani, precari e disoccupati, certamente dai meridionali incazzati con lo stato centrale e sensibili al reddito di cittadinanza, mentre la Lega ha sfondato tra gli operai del nord. Il Pd non è andato oltre il 18%, un solo punto in più di Salvini e continua a resistere solo tra i ceti medio-alto borghesi, da Roma a Milano al resto d’Italia, tra gli anziani e tra gli italiani all’estero, ed è detestato nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri popolari e nelle borgate, insomma tra i ceti sociali più colpiti dalla crisi. Liberi e uguali, che aveva raccolto i transfughi del Pd guidati da Bersani e D’Alema, Sinistra italiana con Fratoianni e Possibile di Civati, non ha raccolto il consenso dei delusi dal Pd renziano. Mettersi all’occhiello il numero 2 e 3 dello Stato, Grasso e Boldrini, non ha fatto dimenticare le responsabilità degli antirenziani nell’approvazione delle leggi più odiate, pensioni, jobs act, cancellazione dell’art.18, buona scuola. Le leggi sui diritti civili su cui ha puntato Renzi, evidentemente, non compensano il disprezzo per i diritti sociali.

Pubblicato il 

15.03.18..
..
..
 
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..