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Dentro la fabbrica

«La sicurezza è garantita dalla paura degli operai»

Per timore del contagio molti lavoratori disertano mezzi di trasporto e mensa. Un operaio della Sevel ci accompagna in un giro virtuale dello stabilimento

di

Loris Campetti

Trentaquattro anni inchiodato alla catena di montaggio, se non la conosce lui la sua fabbrica non la conosce nessuno. Siamo alla Sevel di Atessa, Val di Sangro, sud dell’Abruzzo. La Sevel nasce nel 1978 da un accordo tra Fiat Auto e Psa, la società francese proprietaria dei marchi Peugeot e Citroën. Oggi, tra la multinazionale italo-americana dell’auto (Fca) e quella francese è stato siglato un accordo generale che darà luogo a uno dei maggiori gruppi automobilistici mondiali. Roberto Ferrante, operaio e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) della Fiom, ci accompagna nello stabilimento di Atessa, dall’ingresso attraverso le termocamere dove viene registrata la temperatura corporea agli spogliatoi, dalla postazione lavorativa alla mensa, dall’uscita di fabbrica alla salita dei lavoratori sui mezzi di trasporto che li riporterà a casa. Qui vengono a lavorare persone da cento comuni, abruzzesi ma anche molisani e persino laziali. La nostra è una visita virtuale, com’è “normale” di questi tempi, anche se in realtà le fabbriche, non solo Fiat, sono da tempo chiuse alla società civile, è più facile per un giornalista visitare un carcere che uno stabilimento automobilistico.

 

Dal 13 marzo la Sevel è stata chiusa come tutta la produzione industriale, inizialmente con poche eccezioni, ma per ripartire non ha atteso il 4 maggio quando altri 4,4 milioni di lavoratori hanno ripreso il lavoro e ha riaperto i battenti già il 27 aprile. Perché questo anticipo, pur non essendo i furgoni prodotti essenziali per difendersi dal Covid-19?
È stato il prefetto a dare l’ok alla deroga richiesta dall’azienda. La Fiom era contraria, specialmente a riprendere il lavoro tutti insieme, ma abbiamo dovuto accettare le decisioni istituzionali. Da lunedì della scorsa settimana abbiamo timbrato il cartellino in poco meno degli oltre 6mila dipendenti diretti, sono rimasti a casa soltanto 250 lavoratori “fragili” e non sono stati chiamati i 300 trasfertisti che normalmente arrivano dagli stabilimenti Fca di Pomigliano e Melfi per incrementare la produzione. Sarebbe stato meglio iniziare gradualmente, verificando l’efficacia delle misure di sicurezza prese in base al protocollo nazionale, affrontando progressivamente i problemi che, va detto, non mancano. Qui non si parla più solo di infortuni, nocività, stress: abbiamo a che fare con un virus sconosciuto e la sicurezza non è mai totale, neanche i virologi sono in grado di darci indicazioni univoche. Dobbiamo credere a loro quando ci dicono che serve una distanza di sicurezza di un metro, poi qualcuno di loro dice che no, ce ne vogliono due di metri.


Su di voi Rls ricade una grande responsabilità. Come affrontate questa crisi?
Siamo sotto pressione, mentre trattiamo con l’azienda capita che gli stessi operai ritengano noi responsabili di ogni scelta e di quel che sarà domani del loro lavoro e della loro salute. Se c’è una colpa da dare finisce che la si dà a noi, ai delegati, al sindacato. Cerchiamo di gestire al meglio, per quel che possiamo, ma a fare le scelte sono altri, il prefetto, la regione, il governo. La Sevel è una grande azienda, ha risorse a sufficienza e ha messo in atto il protocollo nazionale per il contenimento del virus, ha fatto la sanificazione, messo le termocamere all’ingresso, ci fornisce guanti e mascherine a sufficienza. Il protocollo rappresenta le linee guida per tutto il gruppo, poi però bisogna adattarle alle diverse realtà, fabbrica per fabbrica.

 

Partiamo dall’inizio, dai trasporti.
Qui sta uno dei nodi principali. Il punto essenziale è la distanza tra le persone, in alcuni casi i pullman – erano 150, in parte pubblici in parte privati – sono stati raddoppiati ma è difficile controllare quanti effettivamente rispettino il protocollo. Ciò che aumenta la sicurezza, cioè la distanza, è la paura dei lavoratori. Sì, la paura. Erano 2.700 a utilizzarli, adesso sono molti meno perché gli operai temono il contagio e preferiscono arrivare in macchina, e la Regione Abruzzo che dovrebbe effettuare i controlli latita.


Entriamo in fabbrica, passiamo la termocamera. Che succede se uno ha la febbre?
Intanto va detto che non sono state cambiate le turnazioni e c’è il rischio di grandi affollamenti. È successo il primo giorno di lavoro, quando hanno attivato un’unica uscita e ci siamo trovati in una calca orribile. Immagina cosa può succedere per noi, per tutto il territorio e per i paesi da cui provengono i lavoratori, se scoppia un focolaio qui dentro... L’ho fatto presente all’azienda che ha provveduto ad attivare più uscite. Che io sappia, ci sono almeno due casi di operai a cui con la ripresa è stata registrata una temperatura eccessiva. Naturalmente sono stati rimandati a casa e dovranno fare il tampone. Ma l’ho saputo dagli operai perché l’azienda è tenuta a comunicare alla Rls solo i casi certificati di coronavirus. Prima della chiusura ne sono stati segnalati 4 di casi, senonché, i tempi di consegna dei risultati dei tamponi in questa regione sono scandalosi, in alcuni casi tardano più di una settimana. Secondo problema: sa come sono tornati a casa quei due operai? Con i pullman, con tutti i rischi connessi. Come Rls abbiamo inviato una lettera all’azienda per segnalare il problema. Quando dico che serviva maggiore gradualità nella ripresa penso per esempio al fatto che gli spogliatoi non sono utilizzabili perché non c’è la distanza regolamentare di un metro tra uno e l’altro. Ciò accentua la tendenza operaia, sbagliata, ad arrivare in fabbrica con la tuta addosso per risparmiare tempo.


Arriviamo in produzione. Cosa è cambiato?
Stando a quel che ci ha detto l’azienda si produce il 20% in meno rispetto alla normalità. Ma i turni settimanali sono rimasti gli stessi, 17 compreso il sabato pomeriggio. La nostra richiesta di abbassarli a 15 è stata respinta. Per il rallentamento dell’attività legato al lavaggio mani, dispenser per l’igienizzazione e distanziamenti abbiamo chiesto, inutilmente, un aumento delle pause. Qui si producono furgoni Ducato, che per la commercializzazione Citroën e Peugeot prendono nomi diversi. Ne facciamo 900 al giorno, a fronte dei 1.100-1.200 dei periodi normali. Faccio una premessa: se per ragioni di sicurezza dal parrucchiere si potrà entrare solo uno alla volta, perché criteri analoghi non debbono valere anche alla costruzione dei furgoni? È necessario cambiare cultura, in testa va messa la sicurezza e non la quantità di produzione. Il protocollo generale, lo ripeto, è rispettato dall’azienda: c’erano postazioni in cui si lavorava in due, gomito a gomito, magari perché il pezzo era pesante e in questi casi si è intervenuti, ovunque. La distanza di un metro è sempre garantita, ma alla catena spesso ci si imbarca (cioè si insegue il pezzo: avete presente “Tempi moderni” di Charlot? ndr) e si finisce addosso all’operaio successivo, così la distanza di sicurezza va a farsi benedire; non sono ancora soddisfatto di quel che è stato fatto. Un metro di distanza va bene, ma a impianto fermo. Si gira su doppie linee, la durata della mansione (in gergo, la battuta ndr) è intorno ai due minuti ma negli imbuti si scende al minuto. Il lavoro è faticoso e noi si chiede una maggiore dissaturazione ma loro ci rispondono che è già stata aumentata dal 4 al 14%. Non basta, ci sono furgoni che richiedono più lavoro, abbiamo centinaia di opzioni diverse, optional di ogni tipo. Ci sono furgoni normali e furgoni cabinati, sono quelli con tutto lo spazio libero dietro utilizzati per il trasporto merci. Ieri c’è stata confusione nel passaggio di modelli diversi e così hanno messo un team leader alla linea e l’area si è intasata.


Come si lavora indossando la mascherina?
Male, alla catena, magari sotto sforzo, si respira con più difficoltà e si è costretti a ingerire in continuazione anidride carbonica, per otto ore di seguito. Più è alto il carico di lavoro più si fatica a respirare. Non posso immaginare cosa succederà con il caldo, già adesso molti denunciano mal di testa.


È cambiato qualcosa alla mensa, dove normalmente c’è un alto assembramento di lavoratori?
Naturalmente sono stati ridotti i sediolini e introdotte più turnazioni. Ma come nel caso dei trasporti, a garantire una maggiore sicurezza è la paura degli operai: la presenza in mensa è scesa del 40%.


La Sevel è una grande azienda, sopporta i costi degli interventi tesi a contenere, prevenire, sanificare. Cosa succede nell’indotto, dove le aziende sono più piccole?
In teoria dovrebbe esserci bisogno di minori interventi perché i dipendenti sono di meno ma non è sempre così. Il rapporto tra diretti e lavoratori dell’indotto è di uno a uno, dunque altre 6mila persone lavorano per Sevel in una miriade di ditte diverse con più problemi a gestire l’emergenza. Io so che a noi danno due mascherine al giorno perché dopo 4 ore di lavoro vanno cambiate, sinceramente non so cosa capiti fuori di qui. E vale per tutto, non solo per le mascherine. Noi Rls facciamo già fatica a tenere sotto controllo la nostra fabbrica, figuriamoci se riusciamo a controllare la galassia dell’indotto. Voglio aggiungere che come Fiom siamo penalizzati: siamo in 12, e siamo rientrati in azienda solo grazie a una sentenza della Corte costituzionale mentre ci è ancora impedito, in tutto il sistema Fiat, di partecipare alle elezioni delle Rsu. I delegati sono solo quelli delle organizzazioni che a suo tempo hanno accettato il contratto capestro imposto dall’azienda.

 

La visita virtuale alla Sevel al tempo del Covid-19 è finita. Roberto ci ripete la raccomandazione iniziale: «Scrivi che l’azienda rispetta tutti gli impegni sottoscritti con la firma del protocollo. È nella loro traduzione concreta che sorge qualche problema». Con questi chiari di luna meglio stare attenti a come si parla e si scrive.

Pubblicato

Venerdì 8 Maggio 2020

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