Il proprietario che ha visto il valore del suo immobile moltiplicarsi per tre in venti anni, senza nessun intervento da parte sua, quale merito ha avuto? Nessuno; ha fatto tutto il mercato o la speculazione. Già da questo esempio comune e apparentemente banale potremmo in perfetta logica argomentare che l’ideologia meritocratica è ingannevole quando suggerisce che ciò che acquisisci in ricchezza o posizione sociale dipende interamente da fattori puramente tuoi, individuali; nessun individuo, benché talentuoso, non potrebbe arricchirsi solo. Non diciamo senza speculazione, corruzione o raggiri (che spesso è pure vero). No, diciamo semplicemente senza gli altri, senza un assieme di dispositivi di natura sociale o legislativa o ambientale, di servizi pubblici protettivi o agevolanti. E qui sorgono subito due considerazioni inevitabili di attualità: chi trae beneficio da tutto questo è giusto che poi contribuisca proporzionalmente (imposta); chi cerca di farci credere che i “possidenti” siano più meritevoli di considerazione, permettendo di tollerare ineguaglianze quasi a mo’ di premio (facilitazioni fiscali), non solo è eticamente deprecabile ma è civilmente sfasato.


L’esempio può essere esteso. Sentiamo spesso osannare in questi giorni la brava e diligente Svizzera perché riesce a fare meglio degli altri e può essere proposta come esempio. Anzi, si propone che dovrebbe fare a meno degli altri, a meno che ci sia un tornaconto netto e dimostrato, anche per non invischiarsi nelle loro paturnie. Oggi si ritiene che una parte importante del reddito personale (circa il 60 per cento secondo alcuni) dipende dal paese dove si è nati; se poi si aggiunge un 20 per cento che si può spiegare con l’origine sociale (insomma: figlio di chi, di quale famiglia?), si dovrebbe dedurre che ciò che si guadagna è dovuto innanzitutto a un “premio” di cui ci si è già dotati dalla nascita o dalle circostanze. Tanto che, per ridurla in termini brutali, ci sono ticinesi che dicono ai frontalieri: non è colpa nostra se siete nati dall’altra parte. È in questo senso che la meritocrazia (noi meglio degli altri ma per merito nostro) finisce per costituire la base confortevole delle società democratiche e quindi giustifica tutte le motivazioni che inducono persone e cittadini ad agire in un certo modo, a difendersi, a proteggersi e a deprecare “gli altri” incapaci. Si sa che la democrazia, come la nostra, com’è definita nel preambolo della stessa Costituzione, dichiara gli esseri umani tutti eguali; accettare, sotto sotto, che in realtà possono invece essere ineguali o non simili a noi, esige di mobilitare un discorso giustificazionista che smonti la pretesa senza passare per antidemocratici. È così che è nato il “prima” che sta primeggiano ovunque come giustificazione: prima i nostri, prima la Svizzera, sino al “first America”, ormai universale.


La constatazione che sa un poco di paradossale è che di fronte a tutta questa ideologia e pratica ormai imperanti, dalla micro alla macro socioeconomia, si sta levando un coro assai ampio, una volta tanto, di economisti (dalle organizzazioni internazionali agli istituti privati di ricerca) che ci dicono e ci dimostrano che così non va: le ineguaglianze, alimentate e nutrite in tal modo, giustificate con la meritocrazia, stanno distruggendo non solo l’economia ma anche la democrazia.

Pubblicato il 

24.01.18..
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