Italia

Una dopo l’altra vengono espugnate dalle destre le roccaforti rosse. Il vento salviniano ha strappato le bandierine del Pd e della sinistra in città che avevano governato senza soluzione di continuità dalla fine della Seconda guerra mondiale: Pisa, Siena, Massa virano a destra; Imola invece lascia il Pd per gettarsi nelle braccia del M5S, così come Avellino; Terni (la città dell’acciaio, la nostra Stalingrado) diventa leghista, e la destra conquista anche Ivrea (patria di Casaleggio) e Viterbo, dopo aver strappato al Pd al primo turno città come Vicenza, Treviso, Barletta, Catania. Il centrosinistra si salva ad Ancona, dove va al voto solo il 42% degli elettori, e Roma, dove però al ballottaggio nella popolosa circoscrizione di Montesacro (160mila iscritti alle liste elettorali) si reca alle urne appena il 20 per cento dei cittadini. Dei quasi 3 milioni di aventi diritto al voto ai ballottaggi, solo il 47 per cento degli italiani ha deposto la scheda nelle urne. E questa crisi della democrazia non allarma la politica, scomparendo persino dai titoli di coda della narrazione italiana.


L’effetto Salvini continua a macinare consensi. Le politiche sovraniste, egoistiche, fasciste che isolano l’Italia da un’Europa altrettanto egoista e anti-solidale che sembra lavorare per far crescere la marea montante delle destre, invece di riportare alle urne i delusi dal Pd accresce lo iato tra paese reale e politica. E là dove la rabbia di una sinistra sociale “tradita” torna a votare, come a Terni, premia proprio Salvini. Non più i grillini, che pagano il prezzo del malgoverno (vedi Roma) e della subalternità alla Lega. Purtroppo le analisi e le previsioni che abbiamo suggerito su questo giornale nei mesi scorsi sono state confermate e persino scavalcate dalla realtà. Avevamo scritto che la cultura della destra stava penetrando all’interno del corpo sociale della sinistra, le inchieste interne appena fatte dalla Cgil sui suoi iscritti dimostrano che il 50 per cento ha votato per i due partiti oggi al governo del paese.


Sarà contento lo scaltro Matteo Renzi, che il 5 marzo si diceva felice della sconfitta elettorale e del presunto mandato ricevuto dai suoi elettori a restare all’opposizione, a sgranocchiare popcorn sulla sponda del fiume aspettando di veder passare il cadavere del nemico: quel che invece tutti noi vediamo passare è un paese stremato, sconfitto, incattivito che ha smesso di turarsi il naso e votare a sinistra e diserta le urne, o addirittura la stessa democrazia. Non aver osteggiato gli appelli xenofobi a militarizzare le coste contro gli sbarchi (“aiutiamoli a casa loro”, diceva il Pd pagando le tribù libiche perché se li torturassero nei loro centri), avere al contrario smantellato i diritti del lavoro scegliendo politiche neoliberiste, ha dato la stura ai sentimenti peggiori. Oggi è un po’ tardi per denunciare la disumanità di Salvini che abbandona i migranti in mare usandoli a mo’ di ostaggi per trattare con l’Ue. È tardi per rifarsi una verginità denunciando la caccia alle streghe (cioè ai rom) e l’appello salviniano ad armarsi e a sparare contro chiunque si avvicini alla nostra casa. È tardi per denunciare i minacciati condoni e le politiche che aumentano le diseguaglianze. È tardi per il Pd, almeno.

 

Una chance per la Cgil
Ma cosa c’è a sinistra del Pd, cioè a sinistra? Forse qualcosa si muove nel sociale, senza voce, senza sponde. Con tutte le sue contraddizioni, la Cgil resta un invaso democratico, forse l’ultima organizzazione di massa che per diventare un forte soggetto del cambiamento dovrebbe ripensarsi, aprire le porte delle Camere del lavoro ai nuovi soggetti e alle vittime della globalizzazione neoliberista, rafforzare la sua autonomia, rappresentare le nuove e vecchie figure del lavoro, con l’obiettivo di riunificarle. Il congresso alle porte è un’occasione importantissima.


È possibile che le sparate di Salvini su rom, migranti, condoni, flat tax e pistole facili puntino a spaccare il neonato governo con i 5 Stelle, rastrellando consensi da tutti gli schieramenti (si mangia i grillini, i berlusconiani e persino parte dell’elettorato Pd) per poi andare alle elezioni anticipate e sbancare le urne. Il voto di Terni è una metafora della (contro)rivoluzione in atto in Italia: la città operaia per eccellenza vota Salvini, lo fanno gli operai che si sentono soli, traditi, sono rabbiosi e vendicativi nei confronti del carrozzone Pd, ridotto a un centro di potere che tanto a Terni quanto a Roma ha scaricato i lavoratori, cancellandoli dall’agenda politica, colpendoli materialmente e moralmente con jobs act, riforma Fornero e cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto. La rabbia non guarda a sinistra del Pd, dove c’è poco da vedere, esplode a destra.

Pubblicato il 

27.06.18..
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