L'editoriale

Se un lavoratore, per paura di perdere il posto, si fa fregare dal datore di lavoro accettando una discriminazione salariale, sono affari suoi e non ha alcun diritto di protestare. È questo in buona sostanza il significato della decisione presa nei giorni scorsi dal Tribunale federale, chiamato ad esprimersi sulle richieste di rimborso di due frontalieri che avevano sottoscritto una modifica contrattuale che prevedeva il pagamento dei loro salari in euro. Un trucchetto, cui diverse imprese hanno fatto ricorso negli anni passati approfittando del rafforzamento del franco sull’euro, che per il lavoratore significa percepire una retribuzione inferiore solo per il fatto di abitare al di là della frontiera.

È un brutto segnale per tutti i lavoratori di questo paese quello dato dai giudici della più alta istanza giudiziaria elvetica. Innanzitutto perché rinunciano ad esprimersi sul principio del versamento dei salariali in euro (ed eventualmente su come e a quali condizioni di cambio ciò possa avvenire) e sull’aspetto discriminatorio di questa pratica, che era invece stato riconosciuto dai tribunali cantonali di Giura e Sciaffusa. Tribunali che avevano ravvisato una violazione del divieto di discriminazione dei lavoratori: il fatto che in Germania e in Francia il costo della vita sia inferiore non giustifica un trattamento salariale differenziato.


Dando prova di scarsa sensibilità di fronte alle degenerazioni in atto nel mondo del lavoro, in particolare al dilagante fenomeno del dumping salariale e sociale, il Tribunale federale ha mancato un’occasione per affermare il sacrosanto principio dello “stesso salario per lo stesso lavoro nello stesso luogo”.
Lo fa giustificando velatamente le imprese che hanno adottato il trucchetto (è stata una misura per salvare posti di lavoro, sostengono i giudici) e scaricando tutte le responsabilità sul lavoratore, cioè sulla parte contrattuale più debole e più ricattabile. Avevano accettato una modifica contrattuale ed erano perfettamente a conoscenza del fatto che un salario versato in franchi convertiti al tasso di cambio effettivo avrebbe garantito un salario in euro più elevato. In queste circostanze – afferma il tribunale – non si può richiedere un risarcimento a posteriori.

 

È una visione che spalanca le porte a ricatti di ogni genere e che espone i lavoratori a un deterioramento delle condizioni d’impiego. Ritenere il fatto che “sapevano e hanno accettato” come una giustificazione significa ignorare totalmente le pressioni e le paure che vivono quotidianamente i salariati, che con decisioni simili vengono messi di fatto nella condizione di scegliere tra l’accettare una discriminazione e perdere il posto.
A perderci non sono evidentemente solo i lavoratori frontalieri. Sdoganando certe prassi a danno dei non residenti, si rendono questi lavoratori ancora più a buon mercato e dunque appetibili per i datori di lavoro, che verrebbero tentati di assumere più frontalieri e di abbassare anche le retribuzioni in franchi dei residenti.

Pubblicato il 

17.01.19..
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