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Moka Noir

La crisi dell'industria italiana in un film

di

Mattia Lento

Alle Giornate del cinema di Soletta, è stato presentato Moka Noir, il nuovo documentario del regista Erik Bernasconi. Un’indagine, condotta ironicamente in stile poliziesco, su un caso emblematico relativo alla crisi industriale italiana e, in particolare, del Settentrione.

Nella prima metà del Novecento, a Omegna, una piccola cittadina italiana sul Lago d’Orta, è nato e cresciuto un distretto industriale straordinario. In questo angolo di Piemonte, non lontano dal Lago Maggiore e dal Locarnese, hanno visto la luce marchi dell’industria casalinga – Bialetti, Alessi e Lagostina in primis – che sono entrati nelle case di tutto il mondo.

 

La moka
A Omegna, nell’Ottocento, erano già presenti laboratori artigiani e una ditta importante come la Calderoni, ma, come ha ricordato Matteo Severgnini (cfr. intervista sotto), giornalista e scrittore omegnese, coautore del documentario, è stata l’invenzione della moka negli anni Trenta a dare l’impulso decisivo alla nascita del distretto. Con il boom economico del dopoguerra, Omegna è diventata una realtà industriale ancora più forte, aiutata anche dalla nascente pubblicità di massa e da un territorio ricco di risorse idriche utili alla produzione di energia elettrica a basso costo.

 

Carosello
Senza la pubblicità, i marchi di Omegna non avrebbero avuto così tanto successo. Fu Renato Bialetti, il figlio di Alfonso, inventore della moka, a comprendere l’importanza di quella che una volta si chiamava réclame. L’industriale investì molto denaro nelle pubblicità del prodotto al cinema, nella cartellonistica stradale e soprattutto in Carosello, il famosissimo programma Rai che anticipava la nanna dei più piccoli e piaceva anche agli adulti. Oltre all’omino con i baffi della Bialetti, a Carosello erano molto popolari gli Antenati della Girmi e la Linea di Cavandoli della Lagostina, popolarissima e studiata anche oggi come un capolavoro della storia del cinema d’animazione.

 

Il film
Il documentario ci porta indietro nel tempo, grazie a un sapiente utilizzo di materiali d’epoca, tra cui le bellissime animazioni di Carosello, e i racconti dei protagonisti, ma ci mostra anche la desolazione del presente attraverso lo spettacolo dell’archeologia industriale, affascinante e angosciante nello stesso tempo, e valorizzata dalla scelta del bianco e nero, che accompagna tutto il film. Erik Bernasconi mette in scena gli stabilimenti vuoti, li fa diventare protagonisti del racconto e porta i suoi personaggi a confrontarsi direttamente con loro attraverso dei sopralluoghi. In queste scene i personaggi ricordano ma si confrontano anche con la realtà della crisi, con un fallimento personale e comunitario e, più velatamente, con la morte.

 

L’indagine
Il territorio di Omegna è come un cadavere ed Erik Bernasconi, ironicamente, si mette nei panni di un detective, gentile e mai supponente, incaricato di risolvere l’omicidio. La domanda drammaturgica che muove il documentario è infatti la ricerca del colpevole di questa crisi. Questa domanda è resa esplicita dalla trovata del regista e dell’autore ma non avrà mai una risposta. Alla fine, operai, imprenditori e territorio, sono tutti vittime di un processo complesso che si ricollega alla crisi industriale italiana, all’emergere di distretti industriali extra-europei molto più competitivi, alla difficoltà di innovare e, non da ultimo, a errori di politica industriale che ancora oggi pesano su tutta la Penisola italiana e anche oltre.

 

L'intervista

 

Matteo Severgnini, perché raccontare la realtà industriale di Omegna?
Nella mia vita professionale io scrivo storie e, a un certo punto, ho sentito il bisogno di narrare ciò che stava accadendo alla mia città. Avevo una storia in casa, insomma. Vedevo e vedo tuttora molta gente tirar sera per le vie di Omegna e ho cominciato a interrogarmi su questo fenomeno da imputare, ovviamente, alla crisi industriale, alla chiusura delle fabbriche del settore casalingo che hanno fatto la storia di Omegna e dell’Italia intera.


Qual è l’origine della fortuna industriale di Omegna?  
Qui nell’Ottocento c’era poco o nulla. Anche l’agricoltura non era florida. C’erano soltanto alcune botteghe artigiane. Poi è nata la Calderoni, che produceva pentole, vassoi e posate. La scintilla che però ha fatto partire il polo industriale è stata l’invenzione della moka. Poi è arrivato il boom economico e ha fatto il resto.


Nel film si parla anche di conflitti sociali …
Sono stati ben presenti. Prima dell’arrivo dei sindacati in fabbrica, nel secondo dopoguerra, i padroni avevano un rapporto paternalistico con gli operai. Nel secondo dopoguerra, le organizzazioni dei lavoratori hanno cominciato a rappresentare le istanze dei lavoratori. Il sindacato all’interno della Lagostina era fortissimo, un modello persino per le fabbriche torinesi, ed è riuscito a ottenere conquiste che andavano ben oltre il salario. Un esempio in questo senso è stata la biblioteca di fabbrica. Il sindacato voleva che gli operai conoscessero una parola in più dei padroni. Il sindacato a Omegna non aveva soltanto un’idea di fabbrica, ma un’idea di società.   


Come Omegna ha gestito la crisi?
Ci sono state diverse fasi di crisi nel corso dello scorso secolo. Poi c’è stata l’ultima crisi, quella iniziata nel 2007, quando, per tornare alla metafora del territorio-corpo, il medico legale ha decretato la morte di Omegna. Ho avuto l’impressione che gli omegnesi siano stati troppo passivi, hanno vissuto la crisi come qualcosa di ineluttabile, non c’è stata comunità d’un tempo attorno alle varie chiusure.


Sarebbe potuta andare diversamente?
Nel momento del boom tutti credevano che quella fase sarebbe durata in eterno e forse questo ha frenato un po’ l’innovazione. Alessi, nel corso della sua storia, è stata forse l’unica realtà che ha capito che occorreva diversificare la produzione e rivolgersi ad altre aree di mercato. Alessi, nonostante le difficoltà, è ancora viva e vegeta.


Che ruolo ha giocato la politica nella crisi?
Lo Stato ha sostenuto direttamente l’industria senza chiedere nulla in cambio, senza preoccuparsi di creare un legame vincolante e duraturo tra industria e territorio. Le aziende italiane hanno ricevuto un forte sostegno pubblico e poi sono fuggite all’estero, hanno delocalizzato.  


Possiamo considerare Omegna uno dei tanti simboli del “rancore del Nord”?
Il rancore di cui parla il sociologo Bonomi è un fenomeno non solo omegnese o settentrionale ma di tutta la Penisola. Aggiungo che Omegna è sempre stata di sinistra, progressista. Oggi invece c’è un’amministrazione di destra. Qui tutti lavoravano in fabbrica, oggi c’è il vuoto: non c’è un progetto di città, Omegna non è né carne, né pesce, non ha un tessuto commerciale, non è una città turistica, nonostante si stia operando per andare in questa direzione.  


La crisi di Omegna e dei siti industriali simili ha avuto conseguenze sul Ticino?
Non sono ferrato su questo tema d’attualità, ma è chiaro che la crisi del Settentrione d’Italia abbia creato una maggiore presenza di frontalieri nella Svizzera italiana. Omegna non è territorio di frontalieri, troppo lontana dal confine, ma nel Verbano e nell’Ossola ci sono molte persone che si recano quotidianamente in Ticino o nel Vallese a lavorare.

 

Pubblicato

Giovedì 13 Febbraio 2020

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