Salari e condizioni di lavoro sono sotto attacco nella realtà industriale ticinese. Facciamo il punto con Rolando Lepori, segretario di Unia responsabile di settore.

Rolando Lepori, quante aziende hanno introdotto l'orario di lavoro gratuito o il versamento degli stipendi in euro a un cambio fittizio?
Il panorama industriale ticinese è molto frammentato. Da quanto sappiamo sono una minoranza le industrie che hanno adottato l'aumento dell'orario di lavoro o le paghe in euro. L'aver diffuso la nostra posizione a tutti i fuochi ticinesi e la conferenza stampa congiunta con l'Ocst, credo abbia permesso di bloccare sul nascere le idee più velleitarie.  
Non essendo firmataria dei contratti, l'Aiti non ha un potere reale sugli industriali ticinesi. Non si potrebbe interloquire direttamente con lo Stato per trovare altre soluzioni nelle aziende dove la gravità economica è stata accertata?
Storicamente lo Stato svizzero si chiama fuori dai conflitti di lavoro, lasciando alle parti sociali il compito di regolare i rapporti di lavoro. Di fatto resta solo l'Aiti, che al di là delle buone intenzioni, non ha la forza per imporre alle aziende sue affiliate le decisioni prese.
Gli industriali affermano che non capite la crisi che stanno vivendo.
Nessuno contesta che l'industria stia soffrendo. Lo scetticismo deriva sulle misure intraprese, o meglio non intraprese, per uscirne. Bisognerebbe poi spiegare a alcuni dirigenti aziendali la differenza fra un utile e una perdita. Guadagnare il 10 per cento in meno di un utile non vuole dire essere in perdita.  Per tante imprese poi la crisi è un pretesto. L'orologeria che va a gonfie vele ad esempio, non vuole concedere neanche un franco di aumento.
Quanto pesa la paura della delocalizzazione nelle trattative?
Un imprenditore mi raccontava di aver sondato il terreno per insediare nella zona euro la parte di produzione a minor valore aggiunto. Se la Svizzera sta male, diceva l'imprenditore, la zona euro sta molto peggio. Con la crisi finanziaria le banche non concedono crediti a nessuno e il mercato della zona euro sta scomparendo. Le minacce da parte padronale di delocalizzazione in zona euro vanno dunque ridimensionate.
In alcune aziende ticinesi il personale ha resistito alle pressioni, mentre in altre quali lo stabilimento di Losone della Georg Fischer-Agie hanno acconsentito.
Gruppi di questo genere hanno dimostrato che gli interessa solo massimizzare il profitto. Gf Agie non ha problemi economici: hanno le comande piene e gli affari rendono bene. E malgrado i 92 milioni di franchi di utile netto del primo semestre di quest'anno, hanno imposto l'esclusione dei sindacati dalle trattative, hanno intimato alla commissione del personale tre giorni di tempo per decidere, mostrando loro cifre economiche diverse da quelle reali e paventando licenziamenti o delocalizzazioni. Alla fine hanno ottenuto tre ore di lavoro gratuito per massimizzare gli utili. Speculano inoltre che se fra due o tre mesi dovessero avere torto, hanno comunque fatto lavorare gratis gli operai migliorando l'utile. Il caso Agie charmilles dimostra, purtroppo, che infrangere le regole paga. Insieme al messaggio: noi comandiamo e decidiamo quello che vogliamo.
Unia si è opposta alle tre ore gratuite. Come procede la vertenza?
Abbiamo presentato un'istanza a Swissmem e la vertenza prosegue, anche se a rilento. Non nego che Georg Fischer Agie è un gruppo che conta all'interno di Swissmem. E quindi bisogna procedere coi piedi di piombo. Un altro grande gruppo, Von Roll, ha già annunciato la sua uscita da Swissmem.
L'uscita di Von roll da Swissmem può essere paragonata all'uscita della Fiat da Confindustria, ossia al far saltare i contratti nazionali di categoria?
Sì, è una possibilità. I contratti nazionali di categoria dell'industria non sono di forza obbligatoria e quindi, fuori da Swissmem, possono fare quanto vogliono. Dovessero perdere le grandi aziende, per Swissmem si porrebbero dei grossi problemi…
Anche i ccl hanno dimostrato di aver degli aspetti deboli. Alcune aziende hanno invocato degli articoli per giustificare le ore gratuite…
Ritengo indispensabile una migliore regolamentazione di questi articoli. Esistono da decenni, ma non erano mai stati utilizzati. Ora purtroppo l'esperienza l'abbiamo fatta. Adesso sarà fondamentale porre dei paletti chiari sull'utilizzo di questi articoli, quali l'obbligo di interpellare il sindacato per non lasciare sole le commissioni del personale a subire le pressioni.
Il futuro dell'industria ticinese?
L'industria ticinese ha sicuramente un futuro. Rappresenta oltre il 25 per cento del Pil cantonale. Ha quindi basi solide. Quel che si dovrebbe fare è scremare, arrivando a produzioni ad alto valore aggiunto. E l'intervento migliore per arrivarci è porre un limite salariale sotto il quale non è possibile andare. Chi viene per speculare sui salari in Ticino, vedi gruppo Swatch, non lo farebbe più.

Pubblicato il 

09.12.11..

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