Società e Giustizia

Alla fine, la buona notizia è arrivata: l’espulsione di Francesca è stata revocata. Sebbene la parola fine non si possa ancora scrivere all’assurda vicenda, lei e suo figlio di 4 anni non saranno espulsi nell’immediato. Per arrivarci, un calvario di due anni di permesso “sequestrato” dall’autorità cantonale e altri due per decidere sul ricorso contro l’espulsione. Resta il problema della lentezza delle istituzioni ticinesi che sospende la vita dei cittadini, complicandogliela non poco.

Dell’assurda storia di Francesca*, incredibilmente vera, area ne aveva già parlato a due riprese nel 2016. Francesca ci aveva contattati dopo aver letto i nostri articoli sui cambiamenti in corso nella politica familiare in Ticino, di cui anche lei era rimasta vittima. «Non ci si deve nascondere dietro a un dito. È un’applicazione nei limiti degli accordi bilaterali di una politica più restrittiva nei confronti degli stranieri» aveva detto ad area il consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, motivando i cambiamenti come «figli del voto del 9 febbraio 2014», quello dell’approvazione popolare dell’iniziativa stop all’immigrazione di massa.
Nei fatti, il Governo aveva improvvisamente stravolto la politica familiare cantonale, equiparando gli assegni integrativi e di prima infanzia (Afi/Api) all’assistenza pubblica. Il Tribunale federale, chiamato ad esprimersi sui ricorsi inoltrati dagli avvocati Rosemarie Weibel e Mario Amato (Sos), aveva stabilito a fine 2015 che era illegale paragonare l’assistenza sociale agli Afi/Api. Questi assegni, scriveva il Tribunale federale, servono a creare nei casi di ristrettezza economica, le condizioni materiali affinché i genitori possano occuparsi degnamente dei propri figli. Nulla a che vedere con l’assistenza.


In attesa della sconfessione del Tribunale federale, gli anni passano e chi inoltrava la richiesta per beneficiare di quel diritto al Dipartimento di Beltraminelli, si vedeva rispondere dal Dipartimento delle Istituzioni di Norman Gobbi con l’ammonimento di espulsione se avesse insistito nel chiederli. In alcuni casi si arrivava all’espulsione diretta. Francesca, essendo cittadina italiana, era una delle tante vittime della discriminazione governativa.


Particolarmente sfortunata, Francesca ha pagato due volte l’essere straniera in un paese che sente profondamente essere il suo. Nata e cresciuta in Ticino, a 12 anni lascia la Svizzera per decisione dei genitori. Vi ritorna nel 2009 con un lavoro. Gli anni accumulati e la nascita in Svizzera le consentono di poter chiedere la naturalizzazione. Nel 2013 supera gli esami di attinenza luganese, preludio a una strada in discesa per l’ottenimento della cittadinanza elvetica. All’inizio del 2014 invia all’Ufficio Migrazione il permesso per notificare il trasloco, sempre a Lugano, in vista dell’arrivo del figlio. Quel permesso non lo rivedrà più per due anni. Sollecitato, l’Ufficio migrazione non fornirà mai spiegazioni. L’assenza fisica di quel permesso “sequestrato” blocca l’iter di naturalizzazione, rimasto in un cassetto cittadino. Non aver in mano quel documento inoltre, le complica notevolmente le questioni pratiche della vita. Ogni volta che deve esibire il permesso per una formalità, le serve poco spiegare che è fermo in un cassetto a Bellinzona da mesi, vedi anni.


Improvvisamente, nel 2016 (una settimana dopo il nostro primo articolo), l’autorità cantonale si fa viva. Gli esecutori degli ordini politici dell’Ufficio Migrazione, intimano a Francesca di lasciare il Paese entro due mesi per aver beneficiato degli assegni integrativi, paradossalmente da lei chiesti su consiglio degli istituti sociali «perché è un suo diritto, signora». Irrilevante che fosse a un passo dalla naturalizzazione e soprattutto, che suo figlio di venti mesi, svizzero, fosse nei fatti pure lui espulso dalle autorità del suo Paese per seguire la madre. Francesca, sostenuta da Unia, inoltra ricorso al Consiglio di Stato contro l’espulsione. Siamo a fine maggio 2016.


Sull’espulsione dei genitori con figli dal passaporto rossocrociato, il consigliere di Stato Manuele Bertoli aveva convinto i colleghi di governo a rinunciarvi. Infatti, cinque mesi dopo la notifica d’espulsione di Francesca, il governo annuncia «che un cittadino straniero con uno o più figli di nazionalità svizzera, entro certi limiti, non sarà allontanato dal suolo nazionale per mere ragioni economiche». Questa decisione però non accelera la procedura di ricorso su Francesca e suo figlio. Arriviamo allo scorso primo giugno, quando della sua storia se ne occupa “Patti chiari”, la seguitissima trasmissione della Radiotelevisione della Svizzera italiana. Con tempismo perfetto, il medesimo giorno Francesca riceve la decisione governativa che annulla la revoca del permesso di dimora (B) ma al contempo le nega il permesso di domicilio (C). Una risposta arrivata a due anni dall’inoltro del ricorso.


«In tutta sincerità» racconta Francesca ad area «non riesco a essere completamente contenta della decisione governativa. Temo che succederà ancora qualcosa». La sua comprensibile paura è che il percorso di naturalizzazione non si concluda in tempo, cioè prima della fine del prossimo anno quando il suo permesso dovrà essere rinnovato.


«Su questo punto mi sento di rassicurarla – racconta Sara Beretta-Piccoli, consigliera comunale a Lugano e granconsigliera, che da tempo spontaneamente ha seguito personalmente l’assurda vicenda, supportando Francesca –. Il messaggio del Municipio di Lugano sulla sua attinenza era già stato allestito anni fa quando Francesca aveva superato l’esame. Ora si tratta di riaggiornare alcuni documenti, poi sarà convocata dalla Commissione comunale delle petizioni (di cui Beretta-Piccoli fa parte, ndr) a cui seguirà il voto in Consiglio comunale. Infine, l’incarto sarà spedito a Berna. Direi che, tempo un anno, Francesca dovrebbe diventare cittadina svizzera». La speranza è dunque che la burocrazia ticinese si mostri questa volta più rapida.
«I tempi medi necessari all’elaborazione di una decisione sui ricorsi si sono attestati a circa sei mesi» scrive il Consiglio di Stato sul rendiconto 2017 del proprio Servizio ricorsi, felicitandosi degli sforzi «per fornire risposte tempestive ai cittadini».


Probabilmente lo sforzo si concentra sui ricorsi relativi all’edilizia, che occupa il 30% dei casi di competenza del Cds. Sulle revoche dei permessi invece (28%), la media sembra essere vicina ai due anni. Da nostre fonti presso legali che si occupano di questa casistica, i tempi coincidono col ricorso di Francesca. Due anni di vita sospesa in attesa di un ricorso e altrettanti anni di “sequestro” del permesso senza notizie da parte dell’Ufficio Migrazione. Anche qui pare essere la norma. E l’efficienza svizzera delle autorità statali? Forse il vento del 9 febbraio di cui parlava Beltraminelli soffia sempre contrario per i cittadini di origine straniera.

*nome noto alla redazione

Pubblicato il 

14.06.18..
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