In Argentina, negli ultimi anni, sono state chiuse migliaia di fabbriche ed imprese. Una delle dirette conseguenze della politica ultraliberista dell’ex presidente e attuale candidato alla massima carica dello Stato, Carlos Menem, del suo successore Fernando De La Rua (che fu destituito dalla rabbia popolare del 19 e 20 dicembre 2001) e del superministro dell’economia Domingo Cavallo. Tutti fedeli discepoli degli insegnamenti del Fondo Monetario Internazionale. Circa 150 imprese sono state recuperate dai lavoratori, che le hanno riavviate alla produzione. Sicuramente non nuova come lotta (già negli anni ’70, prima del colpo di Stato militare, molte fabbriche furono occupate), questo movimento operaio è impressionante per capillarità e impatto nella società. Quasi tutto l’enorme territorio argentino è toccato dall’ondata di occupazione ed autogestione operaia. Dalla Terra del Fuoco (fabbrica di elettrodomestici Aurora) a Rio Negro, dalla provincia della Patagonia (miniere di Rio Turbio) a Cordoba, con la clinica Junin. Sono ormai oltre 10 mila gli operai e le operaie, e le rispettive famiglie, che vivono del “control obrero”. In generale, sono aumentati i salari; in molti casi sono stati integrati disoccupati; in tutte le fabbriche si registra una enorme diminuzione degli infortuni e non da ultimo, ovunque i lavoratori affermano di sentirsi “più felici, più degni”. Tutto questo in stabilimenti che venivano chiusi per scarsa redditività dai padroni; che in alcuni casi addirittura sono letteralmente scappati per non dover confrontarsi con indennizzi e debiti da saldare (un accenno al ruolo dei sindacati: praticamente assenti ovunque e in molti casi addirittura complici dei padroni, solo in qualche occasione, per esempio il sindacato degli impiegati di commercio di Rosario e il sindacato dei ceramisti dell’Alto Valle nella provincia di Neuquen, hanno aiutato e sostenuto la lotta operaia). Tre sono gli esempi più significativi di imprese recuperate dai lavoratori. A Neuquen, piccola cittadina capitale di un’omonima provincia della Patagonia, la fabbrica di ceramiche Zanon è autogestita dall’ottobre del 2001. È una delle più vecchie occupazioni. Due anni di esasperante conflitto con il padrone, l’italiano Luigi Zanon: gli operai erano costretti a lavorare in condizioni ottocentesche. Per salvare la loro fonte di lavoro e la loro dignità, decisero per l’autogestione. Hanno ricominciato a lavorare con i resti di materiale in stock e, dopo durissimi sacrifici, sono riusciti a darsi uno stipendio di 800 pesos, indistintamente per tutti (350 franchi circa). Niente a che vedere con i 150 pesos che passa il governo ad una minima parte dell’esercito di disoccupati argentini (circa il 20-25 per cento della popolazione attiva). Gli operai negli ultimi mesi sono passati da 290 a 340. Sono stati infatti integrati una cinquantina di appartenenti alle varie organizzazioni di disoccupati autoorganizzati della zona, i “piqueteros”, che hanno appoggiato la lotta della Zanon dal primo giorno. Tutte le decisioni passano dall’assemblea operaia. In un anno e mezzo hanno dovuto confrontarsi con vari tentativi di sgombero, l’ultimo poche settimane fa. La giustizia locale aveva ordinato “la presa di possesso” dell’immobile. Gli operai si sono fermamente opposti. Grazie alla solidarietà di ampi settori della regione (dagli studenti ai disoccupati, dalla comunità indigena Mapuche a molti negozianti), specchio del grande consenso che riscuote quest’esperienza, una grande mobilitazione alle porte della fabbrica ha impedito l’accesso ai rappresentanti giudiziari. Ma il conflitto non è evidentemente concluso... A Rosario, seconda città del paese, c’è un supermercato “bajo control obrero”. Una filiale della catena El Tigre è stata occupata dai suoi lavoratori da circa un anno. In settembre è stata riaperta al pubblico, ora però si cerca di evitare i prodotti delle multinazionali. Gran parte di ciò che viene venduto proviene da piccole cooperative o imprese familiari. Tutte e tutti ricevono lo stesso salario, tutto viene deciso in assemblea: “El Tigre es del pueblo”, e, come in tutte le altre esperienze, si cerca di generare lavoro agendo nel sociale: insieme agli universitari stanno allestendo una mensa per gli studenti che aprirà a fine maggio. Il 18 dicembre 2001, un giorno prima dell’”Argentinazo”, era giorno di paga alla fabbrica tessile Brukman, a Buenos Aires. Negli ultimi 2 mesi gli stipendi settimanali erano passati da 100 pesos a 50, 20, fino, in alcuni casi, 2 (!) pesos, in buoni acquisto, non soldi veri. I padroni non arrivavano mai, semplicemente... scappavano, coperti di debiti e salari arretrati non pagati. La quarantina di operaie (la gran maggioranza sono donne) ha continuato la produzione con le scorte che erano rimaste. Si sono organizzate in varie commissioni interne, che rispondono tutte all’assemblea dei lavoratori, e oltre a mantenere la loro fonte di lavoro, hanno assunto qualche disoccupato. Due tentativi di sgombero sono stati respinti di forza, grazie alla mobilitazione delle assemblee popolari di quartiere e ai “piqueteros”. Non è stato così con il terzo tentativo, la notte tra il 17 e il 18 aprile. Centinaia di poliziotti, armati anche con proiettili veri, sono entrati nella fabbrica. Dopo tre giorni di mobilitazioni che hanno visto migliaia di persone ammassarsi davanti alle transenne della polizia al grido di “Brukman es de los trabajadores”, la risposta è stata una brutale repressione: decine di feriti, uno per arma da fuoco, e un centinaio di arresti. Si è respirata l’aria di Genova. Ma continuano le manifestazioni e le negoziazioni con il governo. E le azioni: l’ultima volta che le ho viste stavano cucendo indumenti, in strada, davanti alla loro fabbrica, per gli alluvionati di Santa Fe. La loro determinazione fa sì che l’ultima parola ancora non sia stata detta. Il panorama futuro si presenta difficile. Il ballottaggio di dopodomani (che avrà luogo solo se Menem non ritirerà la sua candidatura, una decisione non nota al momento di andare in macchina) darà all’Argentina un presidente che non porterà nessuna novità sostanziale. Sia Carlos Menem che Nestor Kirchner propongono, in forme differenti, la repressione come soluzione al conflitto sociale. Entrambi non hanno nessuna intenzione di cambiare il corso politico ed economico che ha portato la ricca Argentina, che può produrre cibo per 300 milioni di persone (più di 10 volte la sua popolazione) a vedere morire di fame i bambini dell’interno del paese.

Pubblicato il 

16.05.03..

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