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Immigrazione & dintorni

Il rifugiato dentro la fossa di cemento

«Chiudete il bunker di Camorino!». Un collettivo chiede l’accoglienza rispettosa dei diritti umani per i richiedenti l’asilo costretti a vivere sottoterra

di

Raffaella Brignoni

Che il viaggio sarebbe stato duro, lo sapevi. Eppure, non si è mai pronti davvero alla carneficina del vivere. Supplizio crudele: prima, durante e, incredibilmente provante, anche dopo. Adesso. Sei sopravvissuto. Sei in Svizzera. Però ti hanno portato sottoterra. No, non sei morto. Toccati, sei vivo. Non le senti le cimici, che ti mangiano? “Basta! Ciò è indegno per queste persone, ma anche per il nostro paese: chiudete i bunker!”. Lo chiede il neonato collettivo R-Esistiamo, che in Ticino sta sollevando il problema delle fosse di cemento per i richiedenti l’asilo.

Il piccolo mondo del Canton Ticino vive al piano di sopra, quello alla luce del sole. Come cristiani, per usare uno dei modi di dire che indicano la vita condotta nei crismi della civiltà. Sotto sotto, che nessuno li veda, perché il clima politico non è favorevole alla loro presenza, sopravvivono invece i richiedenti l’asilo. Che evidentemente non sono cristiani: saranno mica talpe? Bestioline di montagna?


«Al mio paese rischiavo di morire, ma qui muoio tutti i giorni» ha raccontato un “ospite” del bunker di Camorino. Turco, non è arrivato in Svizzera con il barcone, ma in aereo per sfuggire alle rappresaglie del governo di Erdogan, di cui è oppositore: «In Turchia sono stato incarcerato per motivi politici: conosco il significato di prigione e adesso mi sembra di rivivere la galera. Non conosci che cosa ne sarà di te domani, fai domande e nessuno ti risponde. Vivi nell’incertezza del presente e hai paura del domani. È molto pesante dal punto di vista psicologico: è stressante. E ogni tanto qualcuno scoppia: se le condizioni sono già dure per resistere, in quei momenti tutto si amplifica. Mi spaventa l’idea di passare altri mesi nel bunker perché le condizioni sono molto dure e resistere richiede un grande sforzo emotivo» racconta – e non è facile esporsi – in inglese uno dei pochi che ha il coraggio di parlare. In inglese perché i corsi di italiano sono stati soppressi: ora non ci sono più insegnanti, ma volontari della Caritas che si cimentano in lezioni di lingua.   


In Svizzera le proteste contro la sistemazione dei richiedenti l’asilo non sono nuove: già nel 2015, Droit de rester, un collettivo formato da migranti e svizzeri, aveva organizzato in Romandia diverse manifestazioni di protesta per denunciare lo stato in cui versano i richiedenti l’asilo nei rifugi antiatomici costruiti dalla Confederazione. Condizioni che acutizzano le difficoltà: dopo i traumi subiti, si ritrovano in stand-by nei centri di accoglienza in compagnia di noia, vuoto e con la paura di essere rimpatriati, si potenzia il rischio di problemi psichici.

 

Sì, perché non basta dare da mangiare e da dormire, ci sono altri aspetti (come la presa a carico psicologica) o quel concetto che si chiama rispetto dei diritti umani. O, se è troppo nel 2018 attraversato da rigurgiti di supremazia razziale, si tratterebbe almeno di offrire condizioni di vita se non normali, dignitose. «Nei centri d’accoglienza non viene dato ai migranti nessun diritto, nessuno si occupa di ridargli la parola. Dare ascolto e diritto di parola a queste persone è l’unico modo per interrompere la serie di violenze e di traumi che hanno subito, non sono solo corpi bisognosi, sono soggetti, soggetti politici» rilevava in un’intervista Lilian Pizzi, psicologa operante a Lampedusa.


Ticino, 2018, anche qui siamo lontani dal considerarli soggetti politici, degni di ascolto e di sostegno. Anzi, viene da chiedersi come li si consideri, se con disinvoltura li si mette a cinque metri sottoterra, senza finestre, in un caldo soffocante, stipati uno sopra all’altro?
«Le condizioni di alloggio che abbiamo riscontrato nella nostra visita dello scorso 25 agosto al centro di Camorino sono spaventose: 30° gradi, non si riusciva a respirare anche perché l’aria era stantia, eravamo in affanno noi per un lasso di tempo limitato, figuriamoci chi deve passarci giornate e notti intere, niente luce naturale, muffa nelle docce, mancanza di elementi basilari come il sapone per lavarsi, due blocchi di letti a castello con totale mancanza di privacy, non ci sono armadi per gli oggetti personali. Le cimici: sì, le cimici che abbiamo visto con i nostri occhi. Si presentano una serie di problemi: potenziali danni fisici per chi è esposto per anni agli impianti di aerazione costante e, ovviamente, psicologici del vivere in una sorta di cattività. Per questo la nostra azione per il rispetto dei diritti dei richiedenti l’asilo non cesserà, fino a che i presupposti non miglioreranno» ci spiega l’avvocato Immacolata Iglio-Rezzonico, portavoce del collettivo R-Esistiamo.


Esposti per anni agli impianti di aerazione? Ma non sono soluzioni provvisorie? Sembrerebbe di no. Se – come evidenzia Ivan Miozzari, di ForumAlternativo – «i bunker sono omologati per una permanenza al massimo di 21 giorni», qui c’è gente che è stata dentro, pardon sotto, «da 14 mesi».
In concreto, come intende procedere il gruppo? «Abbiamo instaurato delle merende per i richiedenti l’asilo, per fargli sentire la nostra solidarietà, che non sono soli e abbandonati. La scorsa domenica hanno partecipato in un’ottantina e c’erano anche comuni cittadini: fa piacere vedere reagire la popolazione ticinese. Come avvocato ho assunto il mandato di patrocinare chi ne avesse bisogno. Ci sono stati casi di persone, che a causa delle cimici, del caldo, hanno scelto di dormire all’esterno e sono state punite con la decurtazione dei 3 franchi che gli spetta di diritto ogni giorno. La nostra azione non si limita al sostegno dal punto di vista umanitario: chiediamo la chiusura immediata di Camorino e agiremo per via istituzionale. Abbiamo avuto un primo incontro con i responsabili del settore per il Dss (Renato Bernasconi e Carmela Fiorini), nonché con Josiane Ricci, direttrice della Croce Rossa, organizzazione che ha ottenuto l’appalto per la gestione del centro, durante il quale abbiamo sollevato interrogativi. Ora, chiederemo formalmente la risposta a domande puntuali che riguardano la questione dei mandati, dei bilanci (ad esempio quanto guadagna la Croce Rossa?), dell’omologazione del bunker (perché c’è gente che resta posteggiata lì per anni?). E ancora: chi è il personale che opera con i richiedenti l’asilo, ma soprattutto quali sono le loro competenze professionali?» specifica Iglio-Rezzonico.

 

«Dai sei a nove mesi»


Quante persone? «Su 100 posti letto autorizzati, oggi, 11 settembre 2018, a Camorino sono assegnate 48 persone, nessun minorenne».
I problemi logistici sono stati risolti? «Sono state effettuate tre disinfestazioni e sostituiti tutti i materassi e i cuscini, pertanto non si è più riscontrata la presenza di cimici. Il sapone, così come tutto il necessario per l’igiene personale, è messo a disposizione regolarmente degli ospiti della struttura. La ventilazione della struttura è funzionante e mantenuta regolarmente».
Qual è la permanenza massima prevista? «Solitamente per un periodo variabile da sei a nove mesi circa. In seguito, se c’è disponibilità, sono trasferiti in altri centri o appartamenti. Nella struttura vi sono anche richiedenti l’asilo che, avendo ricevuto una decisione negativa, non hanno dato seguito al termine di partenza dalla Svizzera, imposto dalla Confederazione. Considerato che questo è l’unico centro cantonale destinato ai richiedenti l’asilo, uomini, soli, respinti, la permanenza dipende dalla loro scelta di dare seguito o meno all’ordine di espulsione». Così Carmela Fiorini, responsabile Servizio richiedenti l’asilo, del Dipartimento sanità e socialità.

Pubblicato

Mercoledì 12 Settembre 2018

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