Affari nostri

“Una ‘lastrina’, per star tranquilli?”. Non so voi, io sono cresciuta a pane e dottori. Classe 1972, ho imparato da bambina che ci si fa tirare il sangue per “vedere se qualcosa non va”. Nel 2004 quel rassicurante universo di ecografie e prelievi ha cominciato a sgretolarsi. Andai ad intervistare a Bellinzona Gianfranco Domenighetti per un documentario di Falò (Rsi) e ricordo quel giorno come fosse ieri. Gentiluomo dalla mente fina, “Dome” era l’asso nella manica del Dipartimento cantonale della sanità. Mi accolse con un pizzico di scetticismo mescolato a curiosità per l’aliena che ero: nuova in Svizzera, di casa a Berna, inconfondibile accento romano; di medicina, sapevo poco.

 

Quell’incontro segnò l’inizio di una grande amicizia che diede una svolta alla mia carriera: presi ad occuparmi di salute pubblica, bene collettivo per definizione. Con i suoi modi aggraziati Dome mi introdusse alla medicina basata sulle evidenze (Ebm): cercare e applicare le prove migliori di efficacia e sicurezza di un trattamento. All’inizio faticavo a comprendere la portata di quanto l’acuto professore dolcemente mi spiegava. Ricordo con quanta cautela mi spiegò un principio aureo: i denari della salute pubblica sono una torta. Non sono infiniti; una fetta dopo l’altra, qualunque torta ad un certo punto finirà. Se uso una gran fetta per coprire una certa prestazione, avrò a disposizione meno risorse per altre necessità. Ebbi la tipica reazione di chi ignora e sospirai: non possiamo far dipendere un bene fondamentale dal vile denaro. Lui sorrise, ma non si lasciò distrarre, e paziente andò avanti finché fu certo che avessi capito l’antifona.

 

È ovvio che far dipendere dalle finanze l’accesso alle cure non suona bene, eppure dobbiamo farlo, se vogliamo garantire a ogni individuo le prestazioni importanti. È stato Domenighetti dunque ad insegnarmi che applicare a pazienti sani la diagnostica preventiva, dal “check-up” agli esami periodici, non giova al popolo, né alla salute pubblica. Ci costa un patrimonio, ma grazie alla medicina delle evidenze sappiamo che quasi sempre provoca più danni che benefici. Lo screening genera “falsi positivi” – un esame dice che sei malato, ma non è vero (anche le macchine sbagliano). Seguiranno la paura, che può farci ammalare, e un tunnel di esami e trattamenti inappropriati: costi umani, finanziari e pericoli concreti, visto che ogni procedura medica ha i suoi rischi. Non tutto quello che troviamo, poi, sappiamo curare. Solidi studi hanno concluso che anticipare la diagnosi non sempre allunga la sopravvivenza, pur peggiorando la qualità di vita di una persona, che da sana trasforma in paziente. C’è chi considera questi fenomeni di “sovradiagnosi” e di “sovratrattamento” la più seria minaccia alla tenuta dei sistemi di salute pubblica.

 

Domenighetti ci ha lasciato un anno fa e la sua morte è stato un colpo al cuore per chi gli ha voluto bene e una perdita per noi tutti, perché era un paladino degli affari nostri. Un bel modo per tenerlo con noi è andarsi a rileggere la sua esilarante prefazione al libro Sovra-diagnosi: “Ben Sarebbe Folle Chi Quel Che Non Vorria Trovar Cercasse”. https://tinyurl.com/ybrrbdbnx

Pubblicato il 

22.11.18..
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