Ci ho messo un po’ a convincere amici e parenti che non ero impazzita. Ho deciso di non acquistare più plastica e la cosa in principio parve a tutti un po’ strana. Stoviglie, decorazioni, regali, vestiti – se sono sintetici, a casa mia non entrano. Fra due prodotti simili, uno implasticato e uno no, scelgo il secondo. La plastico-mania mi ha portato a sovvertire l’ordine su detersivi e detergenti. Ho selezionato prodotti che acquisto in contenitori da 5 o 10 litri, che lascio riempire in una drogheria vicino a casa. Periodicamente mi aggiro armata di imbuto – è di plastica, ma avrà vent’anni. Vado a fare la spesa con le buste di Pet riciclato e gli scontrini li attacco su cavolfiori e banane, talvolta a cavallo fra due mele e mai cassiera contestò la mossa. A casa solo contenitori di vetro – costano di più, ma durano in eterno. Panini solo incartati, in viaggio una bottiglia di alluminio al seguito. Sia chiaro: non è un hobby, il giro di riempimento dei flaconi non è un divertimento e talvolta ti tocca gettare la spugna, non ci sono sempre alternative valide – alcune verdure si conservano così bene nella plastica, che è una battaglia persa tentare di ottenere la stessa efficienza a colpi di juta. Eppure vale la pena provarci. E se cominciate a farci caso, ogni giorno possiamo scegliere se usare, comprare, e buttare plastica – oppure no. Il tema è sempre più popolare – una gragnuola di brutte notizie. Una triste l’ha pubblicata in settembre il periodico Il Salvagente. I risultati di un test sulle bibite analcoliche, quei “soft drink” amati dalla gioventù e da chi cerca di bere meno alcol: residui di microplastiche in tutti e 18 i campioni presi in esame. Spiega il giornale trattarsi di “particelle solide insolubili in acqua di dimensioni inferiori ai 5 millimetri”. (www.ilsalvagente.it). A stretto giro ci si è messa Greenpeace, con una ricerca che ha trovato microplastiche in 36 su 39 campioni di sale da cucina. Anche col pesce siamo messi male: se una volta si riteneva ideale comprare pescato di mare o di lago, oggi è lecito supporre che sia meno contaminato quello di un buon allevamento. Il pachiderma Europa infine pare si accinga a darsi una mossa. Obiettivo: abolire il consumo non indispensabile. Il 43 per cento della plastica che inquina il mare sarebbe infatti dovuto a dieci colpevoli. Prodotti usa e getta come cannucce, bastoncini per pulire le orecchie, le tazze di caffè a portar via, i palloncini, i filtri di sigaretta e le stoviglie da picnic. Non a tutto si può rinunciare, ma la riduzione del danno è possibile. Se siete ancora scettici, cominciate col guardare due documentari sulle isole di plastica che navigano nell’oceano. Cercate su Internet “Garbage Island: An Ocean Full of Plastic” e “A Plastic Ocean”. Messa in guardia: la prima reazione sarà un’ondata di nausea e la deprimente conclusione “inutile resistere, il pianeta è perduto”. Passato il mal di mare, tenete a mente che lottare per le cose giuste è importante e “non potete sentirvi assolti, siete lo stesso coinvolti”. La rivoluzione può cominciare.

Pubblicato il 

08.11.18..
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