Ticino

La nuova legge sugli orari di apertura dei negozi in Ticino non è ancora stata pubblicata e già spunta l’accordo tra Lugano e Cantone per l’apertura sette giorni su sette dalle 6 alle 22.30 per sei mesi l’anno quale deroga turistica. Altri comuni seguiranno a breve. Quando nel 2016 gli elettori bocciarono il referendum di Unia contrario alla nuova legge vendita, molti pensavano che in discussione fosse “solo” una mezz’ora in più dal lunedì al venerdì e un’ora al sabato, ignorando le deroghe già previste. L’estensione degli orari era inoltre subordinata all’introduzione di un Ccl nel ramo. Il Ccl partorito in conciliazione non fu firmato da Unia perché valutò il minimo salariale di 3.200 franchi nettamente insufficiente e il Ccl privo di miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Dopo qualche anno di rinvii e di cifre al ribasso sull’imprescindibile quorum dei negozi firmatari del Ccl, la Seco ha dato il suo benestare alla lista dei partner contrattuali. Il prossimo passo sarà la pubblicazione sul Foglio ufficiale della legge sblocca orari, con la possibilità di ricorrervi entro 30 giorni. Di quel che accadrà nell’imminente futuro, ne parliamo con Giangiorgio Gargantini, responsabile del settore terziario di Unia Ticino.

 

Giangiorgio Gargantini, a breve potrebbe entrare in vigore il Ccl nella vendita. Non è una buona notizia?
No. Il Ccl non è un concetto astratto, ma dipende dal suo contenuto. Nello specifico, sarebbe una buona notizia se migliorasse le condizioni dei lavoratori e producesse degli effetti positivi sull’insieme del ramo. Non è il caso. In primo luogo perché ha dei salari troppo bassi, che istituzionalizzano il dumping nel ramo. Nella categoria più bassa, la paga oraria è di 19,04 franchi, addirittura meno dell’indecente salario minimo cantonale proposto dal governo. Per quel che concerne le condizioni di lavoro, gran parte delle norme non porta alcun miglioramento poiché esse riprendono le prescrizioni già obbligatorie della Legge sul lavoro o del Codice delle obbligazioni. L’unico miglioramento è che una lavoratrice può essere impiegata nell’arco di 12 ore in una giornata, quando già ora la legge prevede un massimo di apertura quotidiana dei commerci di 13 ore. Considerare questa ora un progresso, appare veramente riduttivo.


Forse è bene fare chiarezza. Il sindacato Ocst, firmatario del Ccl, sul suo bollettino “Il Lavoro” afferma che la paga oraria ammonta a 20,58 franchi l’ora.
Il calcolo orario è presto fatto: 3.200 franchi per 13 mesi, porta a un salario mensile di 3.466. Se lo dividiamo per le 182 ore mensili possibili, otteniamo 19,04 franchi l’ora. Probabilmente l’altro sindacato conteggia anche le vacanze. Ma queste ultime sono delle indennità previste per legge, non sono lo stipendio. Un sindacalista dovrebbe saperlo. Se lo ignora, è grave. Ancor più grave sarebbe se mentisse sapendo di mentire.


Sempre per far chiarezza, nello stesso articolo, l’Ocst sostiene che moltissime lavoratrici avranno un aumento di 500 franchi al mese con l’introduzione del nuovo Ccl.
Per i negozi con meno di 10 dipendenti esiste un contratto normale di lavoro con un minimo salariale obbligatorio di 3.100 franchi lordi, senza tredicesima. Ricordo che il nuovo Ccl prevede inizialmente la stessa cifra di 3.100 per salire gradualmente a 3.200 in un paio d’anni. La differenza si gioca quindi sulla tredicesima da spalmare sui dodici mesi. Il risultato finale è quindi ben inferiore ai 500 franchi citati da Ocst. È pur vero che per alcune lavoratrici ci potrebbe essere un miglioramento. Ma il loro numero è così esiguo che nel bilancio dei vantaggi e svantaggi per l’insieme delle lavoratrici e il settore in generale, gli svantaggi sono di gran lunga maggiori. Per questo motivo, Unia, dopo aver ascoltato il parere delle lavoratrici e lavoratori del ramo, aveva deciso di non firmare quel Ccl.


Lei dice che questo Ccl è dannoso per l’intera categoria delle lavoratrici e dei lavoratori nel commercio. Perché?
Perché queste basse paghe assurgono a riferimento, diventando quel che definiamo “dumping istituzionale”. Prendiamo l’esempio dei negozi delle stazioni di servizio. A livello nazionale esiste un Ccl negoziato tra partner sociali il cui salario minimo è di 3.600 franchi, più tredicesima. Il Consiglio federale (Cf)ha decretato l’importo obbligatorio per tutto il territorio nazionale, escluso il Ticino. Nelle sue motivazioni, il Cf spiega di aver escluso il Ticino proprio in ragione dell’imminente Ccl vendita da 3.200 franchi a cui potrebbero essere assoggettate anche le dipendenti degli shop delle stazioni di servizio. Se a queste dipendenti non viene corrisposto lo stesso minimo salariale delle loro colleghe nel Paese, devono ringraziare chi ha promosso e firmato il Ccl cantonale della vendita. Ma saranno tutte le lavoratrici del settore a vedersi peggiorare le condizioni con l’introduzione del Ccl vendita cantonale.


Perché?
Neanche il tempo di pubblicare la legge sul foglio ufficiale e già sono stati stretti accordi che consentiranno di aprire i negozi fino alle 22.30, sette giorni su sette per sei-sette mesi l’anno. È il caso di Lugano che ha già siglato col Cantone l’autorizzazione a questi orari nel nome dell’interesse turistico consentito dalla nuova legge. Pochi giorni dopo, Locarno ha avanzato le medesime richieste. Essendo il Canton Ticino una regione a vocazione turistica, non si può escludere che presto altri comuni al lago, in montagna o Bellinzona coi suoi castelli, possano vedersi concesse le stesse deroghe agli orari. Il risultato sarebbe la deregolamentazione totale delle aperture dei negozi. Una proposta che è sempre stata respinta in votazione popolare in Ticino.


I sostenitori del nuovo Ccl vi accusano di non rispettare la volontà popolare, che nel 2016 approvò il baratto orari vendita-Ccl.
Unia, dopo aver ascoltato la sua base, tre anni fa fece un comunicato stampa in cui spiegava perché non firmava il Ccl. Da allora non ci siamo più espressi pubblicamente sul tema. Unia ha il massimo rispetto del parere popolare, ma riteniamo che al popolo non fu detta tutta la verità durante la campagna del voto. I fautori banalizzavano dicendo che in gioco vi fosse solo una mezz’ora di apertura in più. Oggi con le prospettate aperture sette giorni su sette fino alle 22.30 per lunghi periodi a Lugano, Locarno e altre località che seguiranno, abbiamo la dimostrazione che la posta in gioco non era solo una mezz’oretta come si voleva far credere. La deregolamentazione degli orari di apertura non è rispettosa della volontà popolare perché è sempre stata bocciata alle urne. Inoltre, nella campagna precedente al voto, si era fatto credere ai ticinesi che il Ccl avrebbe tutelato i lavoratori della vendita. Ora sappiamo che non è vero. L’approvazione popolare al baratto orari-Ccl è stata inficiata da queste due menzogne.


Unia farà ricorso contro la nuova legge?
Verificare i quorum è un atto dovuto nei confronti dei nostri affiliati. Affermare che il quorum dei lavoratori sia assodato è l’ennesima menzogna, perché senza Unia è impossibile che lo si sia raggiunto. Va però detto che legalmente è possibile derogare a questo quorum. Non è invece derogabile il quorum dei datori di lavoro. Sulla scorta della legge Trasparenza, avevamo chiesto di consultare la lista dei negozi firmatari. Il governo cantonale si è opposto, perché la procedura era ancora in corso. Quando la legge sarà pubblicata sul foglio ufficiale, il procedimento sarà concluso e dovranno consegnarcela. A quel punto verificheremo se il balletto delle cifre a cui abbiamo assistito per tre anni sia conforme alla realtà o se il numero dei commerci attivi nel cantone sia stato influenzato dagli obiettivi numerici del quorum. Sul ricorso dunque non ci esprimiamo in attesa delle dovute verifiche.


È innegabile che il commercio al dettaglio soffra da tempo. Quali misure servirebbero al settore?
La prima è far crescere il potere d’acquisto delle persone, delle famiglie. Far credere che allungando gli orari di apertura, i ticinesi spenderanno più soldi che non hanno, è una bugia. Questo Ccl va proprio nel senso contrario. “Pagando un dipendente 3.200 franchi lordi, lo si obbliga a far la spesa in Italia, se deve dar mangiare alla famiglia tutto il mese”, ci aveva detto un lavoratore alle nostre assemblee in cui si decideva se Unia doveva firmare il Ccl oppure no. L’altro problema riguarda i piccoli commerci, i quali soffrono soprattutto a causa della concorrenza dei grandi centri commerciali. I grandi gruppi sono i soli a trarre beneficio dagli orari prolungati, perché hanno le risorse per farvi fronte. A sfavore dei piccoli commerci giocano anche l’assenza di politiche che mirino a ripopolare i centri città, invece di destinarli solo a uffici. Se sei obbligato a usare l’auto per spostarti, giocoforza andrai verso i grandi centri.

Pubblicato il 

03.04.19..
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