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Il commercio regge, la precarietà esplode

In Ticino la cifra d’affari di molti negozi ha tratto beneficio durante e dopo il lockdown, ma per il personale le condizioni peggiorano: l’analisi di Unia

di

Veronica Galster

La situazione nel commercio al dettaglio in Ticino si prospettava estremamente difficile al momento della riapertura nel mese di maggio, invece, grazie anche al sostegno pubblico e a un’estate ricca di turisti, finora si è riusciti a tamponare e la situazione è meno grave di quanto si prevedesse. Non si può essere altrettanto felici per le condizioni di lavoro nel settore, dove il Contratto collettivo di lavoro non ha portato grandi miglioramenti.

A fine 2019 si pensava al 2020 come ad un anno particolare per il settore del commercio al dettaglio, con l’entrata in vigore dei nuovi orari di apertura e del Contratto collettivo di lavoro. Poi in primavera è arrivata la pandemia con la chiusura forzata delle attività non indispensabili, i negozi che hanno potuto hanno puntato sul settore alimentari, e gli altri come se la sono cavata? Un primo bilancio della situazione nel commercio al dettaglio con Giangiorgio Gargantini, segretario sindacale di Unia Ticino e responsabile del settore terziario.


«Come spesso accade, anche con la pandemia si sono registrate delle differenze tra il Ticino e il resto della Svizzera, ma per quanto riguarda il commercio al dettaglio per una volta il Sud delle Alpi ne esce vincente», spiega Gargantini. Questo per una serie di ragioni, tra le quali il fatto che il lockdown ha anche significato una chiusura prolungata delle frontiere e dei trasporti e quindi un periodo relativamente lungo nel quale le persone erano costrette a fare la spesa in Ticino e questo, stando alle informazioni raccolte da Unia, ha portato un aumento importante della cifra d’affari in varie realtà.

 

«Questo è vero principalmente nel settore alimentare, che ha lavorato parecchio durante il lockdown, ma anche in altri settori come l’oggettistica per la casa, gli articoli sportivi o il giardinaggio, che hanno registrato cifre importanti grazie ai cambiamenti di abitudine di persone che, rimaste forzatamente a casa per alcuni mesi, si sono investite parecchio in questi ambiti».


La realtà però, come vale per il mercato del lavoro in generale, non è la stessa per tutti e se da un lato c’è chi ha avuto delle ricadute positive (e nel commercio al dettaglio si tratta della maggioranza), dall’altro c’è certamente anche chi ha subito delle conseguenze negative e dei peggioramenti. «Ci sono state delle chiusure e dei tagli al personale, ma nella stragrande maggioranza non sono imputabili alla situazione venutasi a creare con la pandemia e il lockdown: penso ad esempio a Manor e a Vögele shoes, che sono realtà che erano già in difficoltà o avevano dato segnali negativi ben prima. Possiamo dire con una certa sicurezza che il Covid ha avuto conseguenze leggere su situazioni che erano già difficili», spiega Gargantini.


Le situazioni che fanno riflettere e che sono indice di un problema strutturale dell’economia ticinese, con un mercato del lavoro particolarmente problematico, sono quelle realtà fragili che, confrontate con anche solo due o tre settimane di chiusura, non sono già più state in grado di pagare i salari: «Questo significa che sono realtà già in una difficoltà sistemica enorme, non imputabile al Covid-19, che ha invece semplicemente dato il colpo di grazia». In generale però, nel commercio al dettaglio, spiega Gargantini, quelle che sono le realtà numericamente più importanti hanno quasi tutte lavorato sul food durante la chiusura, i guadagni fatti nell’alimentare hanno perciò compensato le eventuali perdite degli altri settori e, in parte, sono state recuperate con un aumento importante della consumazione al momento della riapertura.


Un cambiamento importante atteso quest’anno nel settore della vendita al dettaglio era quello legato ai nuovi orari di apertura, e qui sì che la pandemia ha avuto conseguenze: da una parte, le aperture prolungate alla sera hanno già peggiorato le condizioni di lavoro del personale, che nelle fasi acute della crisi ha lavorato con turni estremamente lunghi e difficili; dall’altra, la chiusura forzata tra marzo e maggio ha impedito di mettere in atto le aperture domenicali previste in quel periodo.


Per quanto riguarda il Contratto collettivo di lavoro (Ccl), entrato in vigore il primo gennaio: «Prevedendo un salario minimo di 3.200 franchi al mese lordi, quindi in linea con i salari obbligatori previsti dal contratto normale di lavoro (Cnl) già in vigore in precedenza o addirittura più basso della maggior parte di quelli già in uso, non abbiamo quasi nulla da segnalare.

 

Per quelle realtà che già prima non rispettavano il Cnl, constatiamo sì delle problematiche di adeguamento sulle quali stiamo però intervenendo». Insomma: non siamo confrontati a una rivoluzione e, rispetto ad altri settori nei quali l’entrata in vigore di un Ccl ha effettivamente cambiato di parecchio le condizioni lavorative, in questo caso il Ccl non va ad incidere in maniera importante, ed è il motivo per il quale non è stato firmato da Unia.


«Ora andiamo verso una stagione più difficile, ci sarà meno turismo, e abbiamo davanti a noi dei mesi che potrebbero acuire alcune difficoltà, ne siamo coscienti, ma fino ad ora la situazione, grazie a un’estate con molti turisti che hanno portato tanta consumazione, è stata meno drammatica del previsto. Gli interrogativi restano, ma si può essere più ottimisti di quanto lo eravamo tra aprile e maggio, pur sapendo che delle incognite sul futuro restano», conclude Gargantini.

 

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Tornando alle condizioni di lavoro nel commercio al dettaglio, la situazione permane preoccupante, con un elevato numero di lavoratrici e lavoratori con contratti precari, spesso su chiamata e senza un minimo di ore garantite. Personale che vive sotto la costante minaccia del licenziamento e sotto stress per la grande mole di lavoro (causata anche dai numerosi tagli al personale degli ultimi anni, soprattutto nella grande distribuzione), la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata diventa sempre più difficile a causa dell’enorme flessibilità richiesta. È sempre più chiaro per il sindacato quanto serva una legge che tuteli i lavoratori e le lavoratrici in modo adeguato e che permetta in qualche modo di arginare questa deriva in atto da diversi anni e che porta sempre più persone ad accettare condizioni di lavoro e salariali intollerabili.

 

Leggi anche => La legge più infranta è quella del lavoro

Pubblicato

Giovedì 8 Ottobre 2020

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