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Calcio sporco

Il calcio malato se la gioca a Bellinzona

Cronaca di metà tempo del processo in corso al Tribunale penale federale nei confronti dell'ex segretario generale della Fifa e del patron del Psg

di

Federico Franchini

È un calcio malato. Un calcio corrotto dove a farla da padrone sono l'avidità e i milioni dei diritti tv. Soldi, tanti soldi, finiti nelle tasche di chi, da Zurigo, governava il lucroso business del pallone. È questo il quadro che emerge dal processo in corso al Tribunale penale federale (Tpf) di Bellinzona nell'ambito dell'inchiesta più importante del cosiddetto Fifagate, l'affare di corruzione legato alla Federazione internazionale di calcio. Un processo che area ha potuto seguire in questi giorni e che non solo racconta il disgustoso dietro le quinte di questo sport. Ad emergere sono anche le difficoltà del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) nel condurre un'inchiesta macchiata dagli incontri non protocollati con la Fifa – che hanno portato alle dimissioni del Procuratore generale Michael Lauber – e che ha dovuto, all'ultimo, rivoluzionare l'accusa a causa di un accordo stipulato tra la stessa Federazione e uno dei tre imputati, Nasser Al-Khelaifi. La partita in tribunale non è ancora conclusa. Ora, all’inizio del secondo tempo (oggi è in corso la requisitoria dell'Mpc; da domani parleranno le difese), ecco una breve cronaca di quanto abbiamo potuto osservare dai nostri spalti privilegiati

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Lo chiamavano Buldozzer


Il fisico è quello di un ex giocatore di football. Abito blu e cravatta rossa, il francese Jérôme Valcke è uno dei simboli del marciume dell'era Sepp Blatter. Ex giornalista, tra il 2007 e il 2015 è stato il braccio destro dell'ex presidente della Fifa. In qualità di segretario generale era il secondo uomo più potente del mondo del pallone: è lui che firmava i contratti per i diritti tv, principale fonte di reddito della Fifa. Un business che, come raccontato in qualità di testimone dal suo ex vice, il tedesco Markus Kattner, permetteva di elargire bonus a sette cifre alla stretta cerchia di privilegiati ai vertici della federazione. Ai tempi d'oro, Jérôme Valcke era considerato un buldozzer, senza riguardo per nessuno. Prima di cadere negli inferi a seguito del licenziamento e dei guai con la giustizia, la sua era una vita da ultra ricco: yacht, villa sulla Goldküste, chalet a Verbier e gioielli da regalare alla sua ormai ex moglie. Ma tutto questo non basta: nonostante il salario e i bonus milionari, il dirigente francese era indebitato al punto che, per acquistare una villa in Sardegna, è stato costretto a rivolgersi al suo “amico” Nasser Al-Khelaifi. L'uomo che a Bellinzona, siede giusto qualche metro dietro di lui.


Il nuovo principe del calcio mondiale


Sceso da un'auto diplomatica, Nasser Al-Khelaifi si è presentato in aula con aria rilassata. Mascherina sul volto, borsa Louis Vitton, ha salutato tutti con il gomito. L'evento è eccezionale: per la prima volta uno degli uomini più potenti del calcio mondiale si trova sul banco degli imputati. Ma Nasser Al-Khelaifi non è solo il presidente del Paris Saint Germain e l'uomo d'influenza del Qatar nello sport. È molto di più: ministro senza portafoglio, membro dei due fondi sovrani qatarioti nonché patron del gruppo mediatico Bein Media. Ed è questo suo ruolo a renderlo molto potente: sono i soldi versati in cambio dei diritti tv che inondano la Fifa e i suoi dirigenti. Nel 2014, Bein Media si aggiudica per la cifra record di 480 milioni di dollari i diritti per la diffusione dei Mondiali 2026 e 2030 per il Nord Africa. Un contratto mirabolante, dietro al quale però, per la Procura federale, vi sarebbe un accordo segreto.


Torpitudini lauberiane


Dopo che tre procuratori sono stati ricusati nell'ambito delle indagini sul Fifagate, l'inchiesta è in mano al giovane Joël Pahud, coadiuvato da Cristina Castellotte. I due procuratori sembrano dei neolaureati, a confronto dei tenori della difesa. Avvocati che, sin dal calcio d'inizio del dibattimento, hanno fatto valere la loro brillante dialettica processuale attaccando le “torpitudini lauberiane” (Marc Bonnant, avvocato di Al-Khelaifi) sulla quale l'inchiesta si fonda. I difensori dei tre imputati hanno in effetti cercato di convincere i giudici a rinviare il processo a causa delle numerose lacune dell'inchiesta. A partire dall'accordo segreto tra lo Stato e una delle parti, la Fifa. Richieste respinte dai giudici che, forse, sentono anch'essi il peso di questo processo dopo il pasticciaccio avvenuto nell'inchiesta precedente legata alla Fifa - quella nei confronti dei dirigenti della Federazione tedesca e del predecessore di Valcke, Urs Linsi - arenata con la prescrizione.


Soldi e villa in cambio dei diritti tv


L'accusa va suddivisa in due filoni. Uno riguarda le presunte mazzette – per un totale di 1,25 milioni di euro – che Valcke ha ricevuto da parte del terzo accusato, il greco Konstantinos Nteris (che non si è presentato al processo) in cambio dei diritti tv per la Grecia e l'Italia di diverse Coppe del mondo. Per questo filone, l'ex dirigente francese è accusato di corruzione passiva. Il secondo filone è quello che vede al centro della vicenda la famosa Villa Bianca di Porto Cervo. Una dimora da 5 milioni di franchi che era finita nella lista dei desideri dell'ex segretario generale. Una villa che, però, non poteva comprarsi da solo. E nemmeno con l'aiuto della sua banca, Credit Suisse, già allarmata dai debiti immobiliari accumulati da Jérôme Valcke. È così che, secondo l'accusa, la dimora è stata acquistata da Al-Khelaifi per metterla a disposizione del dirigente calcistico francese. Il tutto in cambio, sempre secondo l'Mpc, dell'attribuzione di alcuni diritti tv a Bein Media.


L'invitato imprevisto: la Fifa


L'inchiesta ha dovuto fare i conti con un protagonista inatteso: la Fifa. La Federazione è accusatrice privata al processo e chiede a Jérôme Valcke il rimborso dei danni subiti, ossia dei mancati guadagni finiti nelle sue tasche. L'attitudine è però diversa nei confronti del ricco qatariota (reddito annuale dichiarato in aula: tra i 15 e i 25 milioni di dollari annui). Ad inchiesta conclusa, la Fifa e Al-Khleaifi hanno infatti siglato un accordo milionario che ha spinto la Federazione a ritirare la denuncia penale nei confronti del magnate. Un ritiro che ha costretto la Procura federale a rivedere l'accusa. All'epoca dei fatti, la corruzione privata poteva essere perseguita solo nel caso di una denuncia penale. Sui motivi per i quali la Fifa ha accettato questa proposta sono aperte le ipotesi. Tra quelle più accreditate: non scomodare un partner ricco e potente e evitare di sollevare, nell'ambito di un processo, quanto avvenuto nell'ambito dell'attribuzione dei Mondiali in Qatar del 2022.


Un'accusa difficile da provare


Tolta la denuncia della Fifa, l'Mpc ha dovuto così reimpostare l'accusa verso l'amministrazione infedele (per Valcke) e l'istigazione a questo reato (per Al-Khelaifi). Un cambio “artificiale”, aspramente criticato dalla difesa del qatariota e che rischia di avere un impatto anche ai fini processuali. L'amministrazione infedele presuppone che vi sia una parte lesa: difficile dimostrare che la Fifa ci abbia rimesso da un contratto da 480 milioni di dollari che andava ben oltre gli obiettivi prefissati. Difficile anche provare che Nasser Al-Khelaifi abbia incitato Valcke alla gestione sleale, dato che è lo stesso ex dirigente francese ad aver sollecitato l'aiuto del qatariota a riguardo della villa a seguito della sua situazione finanziaria agonizzante.


La pista inesplorata: una mazzetta mascherata per i mondiali in inverno?


L'esito del processo resta per ora incerto. Quello che è certo è che l'inchiesta non ha sondato tutte le possibilità. Secondo il sito francese Mediapart che ha seguito l'affare dall'inizio, numerosi elementi del dossier sembrano ipotizzare un altro scenario: Nasser Al-Khelaifi avrebbe comprato sia Valcke (con Villa Bianca) che la stessa Fifa con lo scopo d'ottenere lo spostamento in inverno del mondiale 2022 in Qatar. Secondo Mediapart, l'emirato avrebbe rischiato di perdere la Coppa del mondo se non si fosse potuto spostarla in inverno per ragioni di temperatura. Il mondiale invernale, però, non era ben visto da tutti. Ecco quindi che l'offerta mirabolante di Bein Media, del 60% più elevata rispetto al contratto precedente, potrebbe essere una mazzetta mascherata. Ma né l'Mpc né il tribunale hanno sondato questa pista clamorosa.

 

 

 

Pubblicato

Martedì 22 Settembre 2020

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