Lavoro e dignitĂ 

L’economia svizzera viaggia bene, le prospettive future sono buone ed è dunque ora di aumentare i salari in modo generalizzato. Tanto più che da qualche anno gli stipendi sono fermi al palo. Lo scorso anno, gli aumenti sulla carta sono stati “mangiati” dalla crescita dei prezzi, facendo calare seppur di poco il potere d’acquisto dei salariati (-0,1%). Il ragionamento dell’Unione sindacale svizzera (Uss) è lineare, semplice. Per questi motivi ha reso pubblica la richiesta di una crescita generalizzata dei salari del 2-2,5%. Fino ad oggi, non si registra nessuna reazione ufficiale da parte delle associazioni padronali alle rivendicazioni delle organizzazioni dei lavoratori. Ne parliamo con Daniel Lampart, capo economista dell'Uss.

 

Daniel Lampart, sino ad oggi, le associazioni padronali non hanno reagito alla richieste di miglioramenti salariali espresse durante la conferenza stampa. Di solito replicavano immediatamente, negando le richieste. È un buon segnale?
È vero, l’assenza di risposta delle associazioni padronali alle nostre rivendicazioni salariali è significativa. Una seconda novità è il notevole interesse mediatico alle rivendicazioni salariali per il 2019, rispetto a qualche anno fa. Credo che l’interesse della stampa sia particolarmente collegato ai mancati aumenti degli ultimi due anni, di cui tutti si accorgono. Per questo ritengo importante quest’anno avviare serie negoziazioni che portino ad aumenti salariali degni di nota.


In un commento apparso sulla Nzz il giorno dopo la conferenza stampa Uss, si scrive che vi sbagliate quando criticate gli aumenti individuali a discapito di quelli generali. La commentatrice sostiene la tesi secondo cui gli stipendi più bassi sono cresciuti maggiormente negli ultimi anni rispetto alle altre categorie. Che cosa ne pensa?
La giornalista della Nzz ha ragione nel dire che i bassi salari sono cresciuti negli ultimi anni. Ma dovrebbe anche riconoscere che la crescita è stata frutto della campagna offensiva lanciata dalle organizzazioni sindacali venti anni fa. Proviamo a semplificare suddividendo l’ultimo ventennio. Nei primi dieci anni, le organizzazioni sindacali hanno lanciato un’offensiva per far crescere soprattutto i bassi stipendi. Inizialmente vi è stata la campagna “nessun salario sotto i 3.000 franchi”, a cui è seguita l’iniziativa politica per un salario minimo di 4.000 franchi. Seppur quest’ultima sia stata sconfitta in votazione popolare, la tematizzazione dei bassi livelli salariali ha avuto un gran successo, poiché nell’economia reale le retribuzioni inferiori sono progredite notevolmente. Sono molto fiero di questo risultato. Nel decennio successivo invece, per i sindacati si è trattato di una fase di resistenza, di difesa in un contesto economico difficile nato con la crisi del 2008 e la problematica del franco svizzero forte. Ci si è trovati nella situazione di proteggere i salari poiché le pressioni degli ambienti padronali erano molto forti e spingevano per un generale ribasso. E credo che, salvo in alcuni casi, nel complesso si sia riusciti a difendere i salari. Oggi però le condizioni sono diverse, e sindacalmente si pone il problema di un’economia in buone condizioni mentre i salari sono fermi da due anni. Per questo rivendichiamo un aumento generalizzato per dei motivi sociali ed economici.


Lei dice motivi sociali ed economici. Sociali perché è importante ai fini della coesione della società che il divario della ricchezza non si allarghi ulteriormente, ma al tempo stesso aumentare le retribuzioni è un bene per l’economia stessa del paese...
Sì, prendiamo il caso del settore del commercio al dettaglio, dove da diversi anni le cifre d’affari sono stagnanti. Spesso si giustifica la mancata crescita per via della concorrenza del mercato online e della spesa all’estero. Questi fattori giocano certamente un ruolo, ma l’aspetto determinante è la diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori. Se i loro salari non aumentano mentre crescono le loro spese, (si pensi ai premi della cassa malattia), logicamente le persone hanno meno soldi da spendere nei negozi. È questa la spiegazione principale del perché le cifre d’affari dei negozianti al dettaglio non crescono.


Nella vostra conferenza stampa, avete anche posto l’accento sull’importanza di cancellare la discriminazione salariale femminile. Valentin Vogt, presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori, sostiene che non vi siano discriminazioni salariali nei confronti delle donne, ma solo delle differenze. Che cosa risponde?
Il signor Vogt usa un eufemismo per un vero problema. La grande partecipazione alla manifestazione di sabato a Berna ha ben dimostrato quanto il problema sia percepito dalla popolazione. Usare il termine discriminazione o differenza non cambia molto, poiché è un dato di fatto che nel mercato del lavoro attuale le donne hanno meno possibilità rispetto agli uomini. Quel che si è discusso al Consiglio nazionale sono delle misure per contrastare le violazioni della legge sulla parità, ossia la discriminazione nel senso legale. Non avere le medesime possibilità nel mercato del lavoro è una discriminazione indiretta, altrettanto grave.


Due terzi dei salariati in Svizzera lavora presso delle Piccole medie imprese (Pmi), molto diverse fra loro. Inoltre, circa il 45% dei lavoratori del Paese è tutelato da Ccl con salari minimi. Come fare affinché le rivendicazioni di aumenti generali non restino solo degli auspici in un panorama cosi frastagliato?
Dove esistono dei Ccl è certamente fattibile, e relativamente più semplice, aumentare i salari nel corso delle trattative, tenuto conto anche del rincaro di quest’anno dell’uno per cento. Mentre per quel che concerne le Pmi, il problema si pone nel riuscire a estendere l’aumento a tutti. Come organizzazioni sindacali ci si concentra nei rami professionali coperti da Ccl dove esiste un rapporto di forza che consenta di ottenere dei miglioramenti retributivi. Così facendo, si produrrà una spinta positiva che si estenderà anche ad altri settori. Se si ottengono dei progressi nei settori importanti, gli altri rami e le singole aziende devono forzatamente adeguarsi per rimanere attrattive, altrimenti le persone sceglieranno di andare a lavorare altrove, dove le paghe sono migliori.

Pubblicato il 

27.09.18..
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I soldi per gli aumenti ci sono
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