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Circa 10.000 dimostranti lo scorso 31 ottobre sono scesi in piazza a Sofia, la capitale della Bulgaria, per rivendicare un aumento generale di tutti i salari attorno ai 50 euro. Un aumento equivalente a più del 10 per cento del salario medio e del 20 per i salari più bassi. In Bulgaria il salario minimo legale è di 1,42 euro all’ora, cioè di 230 euro al mese, il più basso dell’intera Europa. Per sfamare una famiglia sarebbero necessari tra i quattro e i cinque salari di questo livello, stando ai calcoli fatti nell’ambito della campagna "Clean Clothes” (abiti puliti) per il miglioramento delle condizioni lavorative nel settore dell’abbigliamento. Persino la Neue Zürcher Zeitung (Nzz) parla di “salari da fame”.


Per l’industria dell’abbigliamento la Bulgaria è un Eldorado: qui si produce per il mercato europeo a costi inferiori della Cina. Ad approfittarne multinazionali come la catena di moda spagnola Zara. E l’economia bulgara è in piena espansione: secondo le previsioni degli esperti, nel 2017 e nel 2018 la crescita si attesta attorno al 4 per cento. Ma le cucitrici, gli operai edili e le infermiere non ne beneficiano in alcun modo. Quando la Bulgaria (e altri paesi dell’Est) entrarono a far parte dell’Unione europea era stato promesso che il loro livello di vita si sarebbe lentamente avvicinato a quello dei paesi occidentali. Ma dal 2007 i salari bulgari comparati a quelli tedeschi sono ulteriormente diminuiti, al pari di quelli della Cechia, della Polonia eccetera. Per questa ragione molte e molti bulgari cercano lavoro a Ovest o nel Nord dell’Europa: sui cantieri, nell’ambito delle cure, ma anche come accademici. Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 sono emigrate tre milioni di persone, esattamente quante ancora oggi lavorano in Bulgaria. Si provi a immaginare questo dato applicandolo alla Svizzera: 3 milioni di emigrati negli ultimi 30 anni  e altrettanti che lavorano ancora qui. Inimmaginabile!


«Qui lavoriamo per poche briciole», si lamentava una manifestante. «La gente fugge dalla miseria, interi villaggi si sono spopolati. Decine di migliaia emigrano e a noi viene a mancare il personale specializzato. È un circolo vizioso». Che ne è delle promesse dell’Ue?, s’interrogano anche i sindacalisti. Il presidente del più grande sindacato bulgaro, Plamen Dimitrov, chiede a Bruxelles una politica di livellamento verso l’alto. Afferma: «Non vogliamo restare i parenti poveri dell’Europa!».

Pubblicato il 

30.11.17..
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