La protesta

Da Milano a Lucerna, passando per Zagabria e Delhi, con azioni in oltre venti città del mondo intero, la Campagna “Turn Around, H&M!” ha lanciato la scorsa settimana sette giorni di protesta globale contro H&M, da venerdì 23 a venerdì 30 novembre. Si chiede in particolare al colosso svedese di abbigliamento e vendita al dettaglio di tener fede alle promesse fatte nel 2013 e garantire un salario dignitoso a tutte le lavoratrici e i lavoratori che contribuiscono al suo grande successo.

 

Cinque anni fa, nel novembre del 2013, H&M (che è uno dei più grandi marchi mondiali dell’abbigliamento) ha annunciato che avrebbe fatto in modo che i suoi fornitori strategici adottassero «modelli retributivi tali da garantire entro il 2018 la corresponsione di salari dignitosi, un provvedimento che interesserà a quella data 850.000 lavoratori dell’abbigliamento». All’epoca le persone alle dipendenze di fornitori strategici selezionati, che l’azienda classifica come “gold” o “platinum”, producevano il 60 per cento dei prodotti del marchio.


Con le sue dichiarazioni l’azienda è riuscita a veicolare l’idea positiva di una ditta pioniera in questo ambito, decisa ad agire e a incoraggiare l’insieme del settore a seguirla: un ottimo colpo per la sua immagine, ma non è riuscita ad incantare tutti. Con l’avvicinarsi della scadenza, infatti, la scorsa estate Clean Clothes Campaign (Ccc) – Campagna Abiti Puliti – che fa parte di “Turn Around H&M!”, ha voluto verificare le condizioni salariali in alcune di queste fabbriche e i risultati, seppur non fossero una grande sorpresa, sono stati tutt’altro che positivi.


Innanzitutto chiariamo cosa s’intende per salario dignitoso: un salario che permette al lavoratore di provvedere alle esigenze fondamentali proprie e della sua famiglia (alimentazione adeguata, alloggio, assistenza sanitaria, vestiario, trasporto e istruzione), con una quota aggiuntiva del 10 per cento di reddito da destinare al risparmio o per far fronte a spese impreviste. E questo senza dover ricorrere a ore di lavoro straordinarie, ma con un normale orario di lavoro settimanale. Non è però quello che succede nelle fabbriche prese in esame la scorsa estate da Ccc in Bulgaria, Turchia, India e Cambogia e che fanno parte dei fornitori “gold” e “platinum” di H&M.
In queste fabbriche nessuno dei lavoratori intervistati percepisce infatti un salario dignitoso e molti vivono addirittura al di sotto della soglia di povertà. La situazione peggiore è stata riscontrata in Bulgaria, dove i salari corrispondono solamente al 9% del salario dignitoso minimo per un normale orario di lavoro: qui i lavoratori di H&M guadagnano meno dei due terzi della soglia di povertà fissata dall’Ue (375 euro), e questo pur lavorando 80 ore a settimana (per 259 euro netti, straordinari e indennità inclusi). Seguono la Turchia con il 29%, l’india con il 35% e la Cambogia con il 46%.


Nelle fabbriche prese in esame, le ore di lavoro straordinario superano regolarmente il limite previsto dalla legge, il lavoro domenicale è frequente e le ore di straordinario non sono retribuite correttamente. Inoltre, i lavoratori ignorano come venga calcolata la loro paga e hanno paura ad organizzarsi sindacalmente. In questo contesto, gli svenimenti sono comuni a molte fabbriche e dovuti a diversi fattori, tra i quali malnutrizione (dovuta ai salari bassissimi e al poco tempo a disposizione per mangiare), pressioni continue dei superiori, lavoro di cura e familiare che incombe alle donne (che rappresentano la maggioranza dei lavoratori in questo settore), pessima qualità dell’aria nei locali di lavoro e alte temperature persistenti.
Anche le cifre pubblicate da H&M mostrano che le operaie che confezionano i suoi vestiti sono ben lontane dal percepire un salario sufficiente a coprire i fabbisogni di base. Nei casi in cui i salari sono aumentati nel corso di questi cinque anni, è stato generalmente grazie all’aumento del salario minimo legale in alcuni dei paesi produttori presi in esame, e non per volontà dell’azienda. Tenendo conto dell’inflazione, in India i salari reali dei fornitori del colosso svedese dell’abbigliamento sono addirittura scesi del 4%.


Questa situazione, secondo Ccc è inammissibile, soprattutto alla luce dei guadagni realizzati da H&M, la quale nel 2017 ha chiuso con un utile di 2,6 miliardi di dollari, cifra che le darebbe sicuramente i mezzi finanziari per tener fede alle sue promesse.


Con il suo modello di business, l’azienda leader nell’abbigliamento e vendita al dettaglio e che punta sulla fast-fashion, sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ne è un chiaro segnale la lettera inviata il 17 novembre a Ccc da una lavoratrice del polo logistico di Stradella (pubblicata qui nell'articolo correlato e che si può trovare sul sito: www.abitipuliti.org/news), in Italia, che testimonia come anche nei paesi che si vogliono “avanzati” in questioni di tutela dei diritti dei lavoratori, la situazione non sia di molto migliore rispetto a quella riscontrata nei paesi di produzione. Per questo, con la settimana globale di mobilitazione, si è voluto sensibilizzare soprattutto i consumatori.

Pubblicato il 

05.12.18..
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