Lavoro e dignitĂ 

Se c’è un settore in cui il futuro ipertecnologico e informatizzato ha bisogno per affermarsi di far rivivere il peggior passato di sfruttamento, per intenderci quello degli albori del capitalismo, questo si chiama logistica. Dietro il viaggio dei camion che garantiscono la consegna just in time di ogni tipo di merci – tir muniti di centinaia di sensori che registrano persino la velocità di reazione nella frenata dell’autista – c’è il lavoro schiavistico di un esercito di operai e facchini invisibili a chi ordina on line un libro o un regalo di Natale, confinati in nebbiose campagne padane dentro capannoni ricchi di tecnologia e poveri di democrazia e rispetto del lavoro umano. Si tratta di un nuovo proletariato fatto soprattutto di migranti, governati da false cooperative, padroncini spregiudicati e criminalità organizzata che ricevono in appalto da stellate aziende lavoro sporco, per garantire, appunto, la consegna just in time. Funziona così: tu fai un clic sul pc e paghi un paio di scarpe da tennis, l’ordine arriva a destinazione e si inizia una corsa forsennata nel capannone alla ricerca della merce da consegnare addirittura in 24 ore in qualsiasi paese o città.


Nella moderna catena di montaggio della logistica c’è una prima fascia di dipendenti di brand importanti, contrattualizzati ai livelli più bassi e quasi mai sindacalizzati, spremuti come limoni per 1.200 euro al mese senza premio di produzione, controllati militarmente dai superiori, minacciati per ogni ritardo, puniti, costretti ad andarsene, che corrono tra gli scaffali e i magazzini riforniti da altri poveri cristi. Poi ci sono i somministrati, termine osceno per indicare chi viene affittato da agenzie interinali ad altre aziende: hanno ancor meno diritti degli operai di fascia A, precarietà totale, “chi vuol esser lieto sia/ del doman non v’è certezza”, per dirla con la Canzona di Bacco di Lorenzo de’ Medici.

 

Infine, nell’ultimo girone dell’inferno ecco gli schiavi veri e propri dei quali si occupano, quando va bene, solo i sindacati di base. Sono il polmone delle aziende, aumentano a dismisura quando gli ordini esplodono e poi tornano a casa, sognando nuove chiamate a ogni condizione. Magari arruolati da caporali che tutti fingono di non vedere ma fanno tanto comodo alla filiera della modernità. A settembre a Piacenza si è ricordato Abd el Salam Eldanf, operaio egiziano padre di 5 figli ucciso un anno fa davanti ai cancelli del colosso della logistica Gls, travolto da un camion che su ordine dei dirigenti aziendali aveva travolto un picchetto sindacale organizzato dall’Usb contro 13 licenziamenti.


Perché uno sciopero sia efficace deve far male, così la data scelta da Cgil, Cisl e Uil per la prima grande protesta nel capannone piacentino di Amazon – 1.800 addetti diretti e fino a 2.200 interinali nei picchi di mercato – è la più adatta: il Black Friday, la “festa” inventata negli Usa per dare il via agli acquisti natalizi scontati. Uno sciopero che ha riguardato, neanche a dirlo, solo i diretti più coraggiosi disposti a sfidare rappresaglie e punizioni. Rivendicano trattamenti umani e premio di risultato, data la crescita esponenziale dell’e-commerce e degli utili di Amazon e protestano per l’autoritarismo che regola le relazioni interne. Il picker o runner che dir si voglia (l’inglese è d’obbligo) deve correre e rispettare il tempo indicato dalla pistola scanner, se lo supera arriva la segnalazione al manager che registra il “feedback negativo” e lo inchioda in un confronto all’americana in cui lo spinge alle dimissioni. E in aggiunta ai 1.200 euro al mese, tunnel carpali, stress, crisi di panico.


Una volta raccolti, i prodotti vengono immessi sul nastro trasportatore che impacchetta ed etichetta la merce pronta per essere presa in consegna da altri corridori, questa volta su gomma mentre il picker riprende a sgambettare tra gli scaffali al ritmo della pistola scanner. Allo sciopero di venerdì scorso ha aderito il 50 per cento dei diretti secondo i sindacati, presenti da appena un anno in Amazon, ma solo il 10 per cento per l’azienda. Gran parte degli ordini inevasi nel capannone di Castel San Giovanni di Piacenza è stata decentrata ad altri siti. Insomma, qualche disagio c’è stato, e il danno più grosso ad Amazon è certamente quello d’immagine che ha dato per un giorno visibilità agli schiavi del nuovo millennio.


Il cuore della logistica italiana è in Emilia, tra i capannoni del piacentino e l’interporto bolognese. Ma l’e-commerce con le sue regole tanto neoliberiste quanto veterocapitaliste sta invadendo il sistema dei servizi e della mobilità: dalla consegna dei pasti a casa garantita da ciclofattorini (riders) governati da un algoritmo e dagli ordini sullo smart­phone (è la gig economy, bellezza, direbbe Humphrey Bogart), fino ai voli low cost. Solo per capire il clima di lavoro in queste cattedrali delle future relazioni umane, è stata appena pubblicata la lettera di Ryanair alle assistenti di volo “colpevoli” di vendere pochi profumi e balocchi ai viaggiatori. Siccome l’accordo aziendale del 2015 prevede 5 giorni di lavoro e 3 di riposo solo in caso che ci siano zero perdite di produttività, chi vende poco dovrà restare a disposizione anche nei giorni di riposo per coprire eventuali buchi di organico. Ryanair raccoglie 2 miliardi di euro di ricavi ancillari dalle vendite realizzate da hostess e steward durante i voli.

Pubblicato il 

30.11.17..
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