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Gli arbitri del nostro destino

di

Giuseppe Dunghi
In un editoriale apparso su questo settimanale si è scritto sul colpo di stato in Cile, su Allende e su Pinochet, per dire che in quegli avvenimenti c’è una chiave di lettura del nostro presente. In Cile nel 1973 il “grande bastone” degli Stati Uniti stroncò un’esperienza di democrazia progressiva. Oggi in Europa si sta demolendo il modello di capitalismo “sociale” costruito dopo la seconda guerra mondiale: vengono messi in discussione il livello dei salari, l’occupazione, le pensioni, la sanità, la scuola, i servizi sociali. In Cile tutto questo venne realizzato con la violenza, in Europa a colpi (finora) di maggioranze parlamentari. Ma la sostanza del progetto è la stessa: l’imposizione alla società del modello liberista. Pascal Couchepin, in un’intervista radiofonica di alcuni giorni or sono, a chi gli faceva presente il carattere estremamente impopolare delle misure che il suo dipartimento sta per adottare in materia di casse malati e pensioni, rispondeva che si tratta delle stesse misure in via di attuazione in Germania da parte di un governo rosso-verde, con il consenso dei sindacati. In questo Couchepin ha ragione. Allora la domanda da porsi è la seguente: come mai in tutta l’Europa il progetto neoliberista sta avanzando con il tacito consenso oppure il sostegno se non addirittura per iniziativa della sinistra? Una spiegazione potrebbe essere questa: i salariati dei paesi ricchi sono caduti nella trappola logica consistente nel far passare una categoria fiscale per categoria sociale; si sono considerati “ceto medio”, ossia si sono identificati in quel ceto che ha tutto da guadagnare se vengono compressi i salari e se si risparmia sui servizi sociali, perché con tale politica non c’è il pericolo che i propri risparmi vengano erosi dall’inflazione. Da qui a identificarsi con la rendita tout court il passo è stato breve: lo dimostra la diffusa simpatia popolare per le posizioni anti-europeiste, poiché l’entrata della Svizzera nell’Unione europea comporterebbe l’abolizione del segreto bancario, insomma verrebbero toccate le rendite da capitale. I partiti di sinistra hanno accettato e spesso favorito questo processo mentale. Lo si può notare anche nel linguaggio dei loro documenti: si definiscono per esempio rappresentanti delle «piccole e medie imprese», di quel mondo cioè che spesso sopravvive grazie ai bassi salari e all’evasione contributiva. La realtà però non si lascia ingabbiare negli schemi ideologici. Le conseguenze delle politiche neoliberiste incominciano a farsi sentire: le lettere di licenziamento, le fatture delle casse malati, l’aumento dei costi dei servizi sociali colpiscono tutti, indipendentemente dalla collocazione sociale. Solo una minoranza di privilegiati non ne è toccata. Ma perché permettiamo a questa piccola minoranza cinica di essere arbitro del nostro destino?

Pubblicato

Venerdì 3 Ottobre 2003

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