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Giovani ultima speranza

di

Silvano Toppi

La speranza e la “vita buona” potrebbero rinascere con i giovani che manifestano per il clima, ma anche per la società che gli adulti stanno imbastendo loro. Hanno due vantaggi i giovani rispetto agli adulti: sono più liberi, non intrappolati nel sistema; devono guardare al futuro perché ci vivranno. In incontri tra adulti capita di notare atteggiamenti ironici, scettici o critici, di fronte al risveglio dei giovani. Appaiono come atteggiamenti difensivi, per una situazione, quella denunciata, dalle molte conseguenze nefaste che non si possono più ignorare, in cui si sentono loro stessi responsabili o alla quale non vorrebbero per niente rinunciare o, soprattutto, perché implica il mutamento di un sistema economico divenuto non solo insostenibile, ma ingovernabile, con paurosi ritorni a passati fascistoidi.


A chi segue questo clima creatosi negli ultimi tempi può anche capitare di imbattersi in un documento di un’istituzione ritenuta agli antipodi, che sembra una conferma delle preoccupazioni e delle critiche dei giovani. Il settimanale Observer rilevava recentemente l’esistenza di un rapporto voluto dal Pentagono (il “deus ex machina” non solo della politica militare americana ma di quella dell’intero mondo) in cui si formulano le ipotesi più pessimiste sulle conseguenze del biossido di carbonio (dell’effetto serra). Potremmo dire: eccoci dunque con un utile alleato, contro il suo stesso padrone che la pensa diversamente (Trump). Una conclusione lascia subito perplessi: il cambiamento climatico «dovrebbe finalmente uscire dal dibattito scientifico per diventare un tema di sicurezza nazionale degli Stati Uniti» (lo dichiarano gli autori che è emblematico ricordare: Peter Schwartz, noto consulente della Cia e già responsabile della Royal Dutch/Shell e Doug Randall, della Global Business Network). Le descrizioni di quanto capiterà (addirittura entro il 2020) sono apocalittiche. La visione è però guerresca. Non si immagina per niente che l’umanità possa reagire con strategie cooperative e solidali di fronte all’enorme sfida. La difesa non è contro le cause, ma contro gli uomini che, vittime di quelle cause, generano problemi e pericoli per altri uomini (perché si sposteranno, emigreranno, cercheranno altri territori di conquista, alimenteranno il terrorismo, indeboliranno le difese e le identità interne). Un aspetto positivo si potrebbe forse distillare da questo rapporto mefiticamente guerrafondaio: il riorientamento dei nostri modi di produzione e di consumo non può quindi prescindere da un’azione di politiche pubbliche mondiali, da mettere in atto il più rapidamente possibile. Se non ci si riesce, se prevale l’atteggiamento guerresco, è probabile anche la distruzione dell’umanità.


C’è un altro paradosso che sta però imponendosi ed è la peggior fuga per la tangente, una sorta di benestare per l’ennesimo proficuo aggiustamento che sa sempre fare l’economia capitalista: le catastrofi, che arrivano sempre più numerose, sono diventate uno dei principali motori della crescita economica. Alimentano abbondantemente il dio dominante: il Pil, il prodotto interno lordo, unico termometro della salute di una nazione.
Quanto a dire, insomma, che se non cambiano il paradigma economico attuale e il modo stesso di produrre, la concezione della ricchezza e dei contenuti della crescita, o saranno i giovani, ultima speranza, a far la rivoluzione o si finirà per reintrupparli ancora e torneremo sempre capitalisticamente trionfanti, ma questa volta molto probabilmente suicidi.

Pubblicato

Mercoledì 4 Dicembre 2019

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