Lavoro

Diventare concorrenziali, innovativi e performanti. Essere un’azienda fondata sulla tecnologia digitale e ad alto valore aggiunto, orientata all’esportazione di prodotti d’eccellenza ma a cui sta a cuore anche il territorio circostante e che utilizza materie prime possibilmente a chilometro zero ed energia proveniente da fonti rinnovabili. Il tutto seguendo una filosofia di sharing-economy rispettosa dell’ambiente, che porta a preferire trasporti ecologici, contenitori biodegradabili, gestione responsabile dei rifiuti e un uso sostenibile delle risorse. Questo naturalmente nel quadro di un sistema legislativo imprese-friendly, con poche regolamentazioni e favorevole allo sviluppo di iniziative individuali vincenti. E che cosa deve limitarsi a fare lo Stato? Deve limitarsi ad alleggerire la pressione fiscale in modo da rendere competitive le aziende locali rispetto a quelle estere.


Tante parole per esprimere una sola idea forte: arricchirsi a spese degli altri. E chi non se la sentisse di fare l’imprenditore non per mancanza di coraggio, ma per non essere costretto a credere a tutte quelle chiacchiere?
È imbottita di chiacchiere innovative e d’avanguardia anche quella specie di fabbrichetta che le Ferrovie federali, la Città di Bellinzona e il Cantone stanno cercando di piazzare ad Arbedo o a Biasca o a Bodio per poter finalmente disfarsi degli operai delle Officine e dare il via a una succulenta operazione speculativa sui centomila metri quadri di quell’area.


Dunque – tornando alle panzane che sembrano dominare sempre più nel campo dell’economia – è imperativo mettersi in proprio. Come hanno fatto tre studenti luganesi che hanno avuto un’idea geniale, bisogna riconoscerlo: hanno messo in piedi una start-up che va incontro alle esigenze di chi vive solo e non ha tempo di  fare il bucato e stirarsi le camicie. Il servizio consiste nel ritirare la cesta dei vestiti da lavare e riportarli la settimana seguente lavati e stirati, lavoro di cui si occupano non i tre studenti, ma una decina di casalinghe. Finora si sono abbonati al servizio una ventina di persone, che pagano 90 franchi al mese per quattro bucati, dunque 22,50 franchi a bucato. Ritirare, lavare, stirare e riconsegnare dovrebbe comportare circa due ore di impegno per ogni bucato, il che si tradurrebbe in 11,25 franchi all’ora per le casalinghe, che usano le proprie lavatrici. I costi fissi per i tre studenti sono dunque bassi perché non devono acquistare le macchine da lavare e si occupano soltanto di realizzare il sistema informatico capace di far funzionare il servizio in modo automatico. Supponendo che il costo della progettazione della piattaforma informatica più l’utile legittimo (per così dire) che va ai tre studenti ammonti per ipotesi a 3 franchi l’ora da detrarre dalla paga di quelle che materialmente eseguono il lavoro, ciò porterebbe il guadagno di quelle volonterose casalinghe a 8,25 franchi l’ora: molto, ma molto meno del già misero salario minimo proposto recentemente dal Consiglio di Stato ticinese, tra i 18,75 e i 19,25 franchi orari. Ma sono casalinghe, passano la vita a fare bucati, per loro un bucato in più o un bucato in meno non cambia niente, che altro potrebbero fare?
A quando una start-up provvidenziale che si ponga come obiettivo quello di liberarci una volta per tutte dalle start-up?

Pubblicato il 

14.12.17..
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