Siccome non la vedeva, diceva che non esiste: per Margaret Thatcher non esisteva una cosa come la società, ma soltanto gli individui. Nei suoi ricordi non è mai esistita neppure la Grande depressione degli anni Trenta con le sue file di disoccupati, perché in quegli anni non mancavano mai i soldi nel cassetto della drogheria paterna a Grant­ham: «Se restava senza bacon, zucchero, burro o uova, la gente bussava alla porta quasi a ogni ora della notte o nel fine settimana. Tutti sapevano che vivevamo per servire il cliente, nessuno di noi si lamentava».
Sulla perdita del senso astratto delle parole come componente della barbarie i semiologi potrebbero scrivere cose interessanti.


Pressappoco negli stessi anni in cui la signora Thatcher incominciava a fare politica nel partito conservatore, in Francia, in Belgio e in Italia nasceva il movimento dei preti operai. Preti che constatando la distanza ormai incolmabile tra la Chiesa e il mondo del lavoro decidevano che l’unica maniera per non vergognarsi di chiamarsi cristiani fosse uscire dalle case parrocchiali, farsi assumere come operai e vivere la stessa condizione dei lavoratori. Oggi, con la disoccupazione in aumento, non c’è quasi più posto per loro nelle fabbriche, e il loro impegno è diventato quello di essere la voce dei licenziati, dei precari, degli immigrati, dei rifugiati. Dal 1987 pubblicano una rivista, Pretioperai, in cui si possono leggere esperienze, riflessioni, memorie, poesie. Sul risvolto di copertina dell’ultimo numero è riportata la storiella intrigante di quell’antropologo che propose un gioco ai bambini di un villaggio africano. Collocò un cesto di frutta vicino a un albero e disse loro che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta. Appena fu dato il segnale di partenza, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, poi, una volta raggiunto il cesto, si sedettero a godere insieme il premio. Domandò loro perché avevano voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, e risposero: come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?


Dopo essersi diffusa nel sud della Francia e nel Norditalia, anche in Ticino è arrivata la Flavescenza dorata, malattia della vite causata da un parassita vegetale che vive nella linfa della pianta e viene propagato da una cicalina. Siccome non è ancora stato trovato un mezzo per difendersi dal parassita, la lotta viene condotta contro l’insetto vettore. Ma per essere efficace, la lotta deve essere generalizzata, altrimenti non serve a nulla. Ecco allora che i Comuni inviano circolari a tutti i fuochi per avvertire che il trattamento è obbligatorio, e nel caso che per una piccola pergola fosse antieconomico, l’Ufficio tecnico comunale si incarica di eseguirlo gratuitamente. Insomma tutti devono collaborare.


Ma perché mai si dovrebbe collaborare, se da anni è stata inculcata l’idea che siamo tutti in competizione e uno potrebbe pensare che la malattia nel vigneto del vicino renderebbe più alto il prezzo dell’uva e quindi guadagnerebbe di più vendendo la propria? E perché ci si dovrebbe impegnare a separare i rifiuti? Perché donare il sangue? Perché cedere il posto sul bus a un anziano che ha impiegato i suoi risparmi nelle azioni di un’impresa che si è trasferita in Cina e ha lasciato senza lavoro il giovane che dovrebbe essere gentile? E come si fa a difendere un sistema pensionistico fondato sulla solidarietà fra generazioni se ciascuno accumula il proprio gruzzolo per la vecchiaia comprando e vendendo case e terreni edificabili, alimentando la speculazione fondiaria che ruba la terra alla generazione seguente? A darci una mano per liberarci da queste contraddizioni saranno forse i bambini africani.

Pubblicato il 

06.07.17..
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