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Salute & lavoro

Fabbriche, spazi a forte aggregazione aperti

Cicero di Unia: «Il Cantone indichi quali realtà possano continuare a produrre perché essenziali»

di

Francesco Bonsaver

«Facciamo cerniere, mica mascherine». A parlare è una delle trecento operaie della fabbrica Riri di Mendrisio, azienda che continua la sua produzione a pieno regime. Il sito aziendale, alla voce “etica e sostenibilità”, recita: «L’essenza stessa della passione di Riri, “Excellence in details”, ha come proprio valore intrinseco l’attenzione etica agli impatti ambientali e sociali generati lungo l’intera catena di produzione, elemento chiave di un approccio aziendale fondato su qualità e unicità».

 

Il coronavirus mette alla prova (o a nudo) le declamate responsabilità sociali aziendali con la dura realtà dei fatti. L’appello del governo alle aziende di ridurre la produzione alle sole attività essenziali nella sanità e la filiera alimentare, non è stato raccolto in maniera generalizzata. Le grandi aziende, quelle che dispongono di maggiori risorse organizzative e mezzi, hanno chiuso la loro attività. È successo nei tre stabilimenti ticinesi del gruppo Swatch (circa duemila lavoratrici), in quelli del gruppo Zegna (Consitex, duemila operaie) o ancora nelle fabbriche del gruppo Gf dove è stato introdotto il lavoro ridotto. Ma in molti altri stabilimenti, troppi secondo quanto constatato da Unia, si lavora come nulla fosse, dove l’unica priorità pare sia salvaguardare la produzione, non la salute dei dipendenti.

 

«La stragrande maggioranza del tessuto industriale ticinese non sta svolgendo una produzione essenzialmente necessaria nel contesto della crisi sanitaria» commenta Vincenzo Cicero, responsabile industria di Unia Ticino. «Nessuno è impegnato nel produrre il vaccino contro il Coronavirus, per capirsi. Non si capisce perché questi luoghi chiusi ad alta concentrazione di persone debbano rimanere aperti. Oltre a mettere in pericolo la salute dei lavoratori interessati, si rischia di vanificare tutti gli sforzi di contenere la propagazione del virus, mettendo a rischio l’intera popolazione. Mal si comprende perché siano state proibite le aggregazioni superiori a cento persone in luoghi pubblici, mentre una fabbrica dove lavorano centinaia di persone debba rimanere aperta. È urgente un intervento dell’autorità cantonale che definisca in modo inequivocabile quali realtà produttive possano rimanere aperte perché ritenute veramente essenziali». Evidentemente, le cerniere o la produzione di tapparelle ad esempio, non rientrano nell’essenzialità del sistema sanitario o alimentare.

 

L’associazione delle industrie ticinesi (Aiti) ha scritto ieri al governo cantonale, lamentandosi per il poco preavviso temporale all’ordine di stop forzato dei prossimi quattro giorni, legati alla festività di san Giuseppe di domani. «Cosa rispondere alle aziende che hanno già organizzato la produzione per questa settimana e che subirebbero danni economici?», ha chiesto Aiti al governo. Una presa di posizione che sconcerta Cicero: «mi domando se sia stata capita la gravità della situazione. Ieri vi è stata la mobilitazione parziale dell’esercito. L’ultima è stata nel 1939. Anteporre le esigenze di produttività economica alla salute dei lavoratori e della cittadinanza intera, fa pensare che una buona parte degli industriali ticinesi non abbia ancora capito cosa imponga il contesto».

Pubblicato

Mercoledì 18 Marzo 2020

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