Gli Usa di Trump

Una raffica di ordini esecutivi pensati e scritti male, una serie di gaffes e sparate fuori luogo che di presidenziale non hanno nulla – ma rischiano di peggiorare malamente lo status degli Stati Uniti nel mondo – una polemica costante con i media, «principale partito di opposizione» e, quando questi sono intervenuti a ricordargli i limiti dei poteri presidenziali, con i giudici. La presidenza Trump è cominciata male, ma non c’è da stupirsi: da bravo “non-politico”, il presidente a sorpresa degli Stati Uniti sta più o meno facendo quanto promesso in campagna elettorale e lo sta facendo con lo stile tenuto nei mesi in cui cercava voti invece di governare.

 

Ricapitolando: Trump ha attaccato l’Iran, ma promesso di andare d’accordo con la Russia – le due cose non vanno d’accordo – bacchettato gli alleati storici Europa, Australia e Messico sul commercio estero e si è ritirato dal Tpp, il trattato di commercio con i Paesi del Pacifico pensato per contenere la Cina, emesso ordini esecutivi per cancellare le regole imposte da Obama a Wall Street. Poi c’è l’ordine esecutivo che ha fatto più rumore, quello che ha chiuso il Paese a persone provenienti da sette Paesi islamici, tranne i cristiani, comprese, in un primo tempo, quelle persone che, pur vivendo e lavorando negli Stati Uniti, si trovavano fuori al momento della firma apposta da Trump. Una follia incostituzionale, come gli hanno fatto notare anche alcuni della sua amministrazione. Una follia cercata: l’amministrazione in carica sembra voler testare i confini della reazione della società e delle istituzioni democratiche americane, capire fino a dove si può spingere. C’è chi negli Usa ha paragonato questa presidenza a quella Nixon, di cui oggi possiamo conoscere i comportamenti illegali e anti-democratici grazie ai documenti diventati pubblici. La differenza fra Trump e Nixon è che l’allora presidente conduceva una battaglia soprattutto nell’ombra. Quella del presidente odierno è una sfida.


L’ordine sui musulmani ha suscitato una risposta furiosa nella società americana e nel mondo. Il modo in cui era stato scritto è stato suggerito dallo stratega Rasputin di Trump, Steve Bannon, convinto che gli Usa stiano combattendo una guerra per la sopravvivenza contro l’Islam. Ma la ragione per cui Bannon ha voluto rendere l’ordine esecutivo così estremo non è ideologica: la tattica sembra essere quella di alzare un polverone appositamente, per distrarre da altre azioni intraprese e/o per testare la reazione dell’opinione pubblica. In tre settimane abbiamo assistito a uno psicodramma al giorno, e noi che ci occupiamo di Stati Uniti rinunciamo a spegnere il telefono qualche ora per timore di perderci una notizia clamorosa.


Il blocco dell’ordine che impedisce l’ingresso dei musulmani da sette Paesi da parte di diversi giudici federali – che hanno competenza sulle leggi e gli ordini federali e che avevano bloccato anche alcune iniziative di Obama – è stato accolto con una reazione furiosa del presidente e della Casa Bianca, che ha parlato di “cosiddetto giudice”. La battaglia legale che ne è seguita è solo la prima, ne verranno molte altre. A cominciare da quella dei Sioux Lakota contro l’oleodotto stoppato da Obama e ri-autorizzato dal presidente in carica.


La seconda guerra aperta, Trump l’ha ingaggiata con i media: i sondaggi che lo vedono il presidente più impopolare della storia? Falsi e diffusi da network che diffondono solo fake news. Cosa hanno in comune giudici e media? Sono, ciascuno a modo suo, un freno e un contrappeso ai poteri presidenziali. Un freno che il presidente, un analfabeta se parliamo di diritto costituzionale, sembra non tollerare. E contro il quale si scaglia. Un brutto segnale per l’America e per il mondo.


Quel che nessuno si aspettava è la reazione massiccia e immediata della società americana che Trump non ha votato. Prima le centinaia di migliaia di persone della Women’s March di Washington, nata dal nulla e divenuta in poche settimane la giornata di manifestazioni più partecipata della storia Usa (se contiamo tutte le marce svoltesi ovunque nel Paese e nel mondo), poi la reazione immediata all’ordine anti-musulmani, che ha portato migliaia di persone normali negli aeroporti del Paese, senza nessuna organizzazione e gli avvocati che da giorni sostano negli scali offrendo tutela gratuita. Persino le multinazionali della Silicon Valley hanno depositato le loro memorie contro la discriminazione in tribunale. E alcuni giganti come Budweiser – la marca di birra del six-pack joe, come si chiama l’operaio che compra le sei lattine di birra al venerdì sera – che nella notte del Super Bowl, gli ascolti più alti dell’anno, manda uno spot in cui l’immigrato tedesco (il fondatore del marchio) viene apostrofato: “Non sei di qua, tornatene a casa tua!”.


Questa spinta spontanea della società ha parzialmente svegliato l’opposizione democratica. Dopo settimane di tentennamenti il gruppo democratico ha scelto di fare ostruzionismo contro Betsy DeVos, la nominata Segretaria alla Scuola dal profilo imbarazzante – fondi donati alle scuole private e difesa delle armi all’interno degli edifici scolastici abbinati a incompetenza – e di bloccare a tempo indeterminato la nomina alla Corte Suprema del giudice Gorusch, ripagando della stessa moneta i repubblicani, che a loro volta hanno impedito la conferma del giudice scelto da Obama. La proposta di Trump ai suoi parlamentari è stata di «usare l’opzione nucleare», ovvero sfruttare la maggioranza in Senato per cambiare le regole e abolire il filibustering, l’ostruzionismo parlamentare, che richiede 60 voti per essere aggirato. Un altro segnale di come il presidente in carica non tolleri e non capisca le regole della democrazia americana.


In queste settimane, qua e là, qualche senatore repubblicano ha alzato la testa e contestato le scelte del presidente. Se e quanto i repubblicani non cederanno alla strana idea di democrazia del loro presidente è una delle cose da osservare con attenzione nei prossimi mesi.

Pubblicato il 

08.02.17..
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