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Dossier centri commerciali: Consumare

di

Giuseppe Dunghi
Anche se si ostina a voler guarire, mastro-don Gesualdo capisce che è arrivata la fine. È ospite nel palazzo della figlia in città, un palazzo costruito e arredato con i soldi da lui guadagnati in una vita intera di lavoro: «…passava il tempo a contare le tegole dirimpetto, a calcolare, con l'amore e la sollecitudine del suo antico mestiere, quel che erano costate le finestre scolpite, i pilastri massicci, gli scalini di marmo, i mobili sontuosi, quelle stoffe, quella gente, quei cavalli che mangiavano, e inghiottivano il denaro come la terra inghiottiva la semente, come beveva l'acqua, senza renderlo però, senza dar frutto, sempre più affamati, sempre più divoranti, simili a quel male che gli consumava le viscere». Consumare ha sempre avuto un senso negativo: logorare, sciupare, sprecare. Ma da quando Henry Ford nel 1903 incominciò a costruire un modello di automobile a prezzo accessibile e soprattutto aumentò la paga ai suoi operai in modo che potessero comprarla, "consumare" ha assunto un significato positivo. Ora designa il comportamento virtuoso di chi, acquistando un bene, offre uno sbocco alla produzione e fa funzionare l'economia.
È diventata però una parola invadente, un concetto che occupa abusivamente spazi non suoi. La "cooperativa di consumo", per esempio, è una contraddizione in termini, perché cooperare significa "lavorare insieme", non "acquistare insieme". La Migros tra l'altro chiama impropriamente "cooperatori" i suoi azionisti e "collaboratori" i propri dipendenti, generando confusione tra chi riceve un salario, chi acquista la merce e chi ricava un utile. Siamo diventati una comunità di persone che consumano. Chi non consuma, cioè non produce una sufficiente quantità di rifiuti formati dagli imballaggi della merce acquistata, è guardato con sospetto. È paradossale il messaggio dei rifiuti di Napoli: produciamo rifiuti, quindi non siamo degli emarginati. E poi gli aggettivi: il consumo attento a non provocare inquinamento, il consumo intelligente, il consumo ecocompatibile, quello sostenibile e quello alternativo. E i diritti del consumatore, le leggi a favore del consumatore, la Borsa della spesa, Spendere Meglio, la concorrenza "che va a vantaggio del consumatore".
La concorrenza serve a pagare di meno chi lavora. Il consumatore è convinto che un aumento di salario ai lavoratori costituisca un attentato al proprio borsellino e che uno sciopero, oltre che causargli disagi, sia in fondo illegittimo perché va contro il suo diritto a trovare aperto il supermercato che pratica i prezzi più bassi. Anche i lavoratori pensano sé stessi nella categoria dei consumatori. Hanno fatto proprio il punto di vista della rendita.  A nessuno interessano più le ore di lavoro necessarie a fabbricare una merce, le condizioni in cui avviene la fabbricazione, se quegli operai hanno una famiglia, una casa, se possono curarsi quando sono malati, se sono assicurati in caso di incidenti, se da vecchi riceveranno una pensione. Il consumo ha oscurato il mondo del lavoro.
Quel mondo tuttavia continua ad esistere, anche se non se ne parla, anche se viene censurato. Perché oggi, come sempre, dipendiamo dalle dita sottili delle bambine che lavorano ai telai, dalle schiene curve a raccogliere verdura, dalle mani che impugnano zappe, badili, picconi, martelli. Non ce ne giungono i rumori perché viviamo come rinchiusi in un palazzo di marmo che risuona di parole sciocche. Era questo probabilmente il tormento, la malattia di mastro-don Gesualdo.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2010

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