Operatrice sociale, responsabile di progetti di prevenzione delle dipendenze e promozione della salute per l'associazione Radix Svizzera italiana. Vice presidente del Ps, responsabile della commissione permanente "giustizia e diritti", co-presidente del Coordinamento donne della sinistra. Membro di commissione per l'integrazione degli stranieri e la lotta contro il razzismo e membro di comitato dell'Associazione Aiuto Aids Ticino. Tutto questo è Pelin Kandemir Bordoli, candidata al Consiglio di Stato.

Quali sono secondo lei le principali spine nel fianco del Ticino?
In questi anni ognuno ha fatto una sua politica nonostante il governo di concordanza e questo, alla lunga, non è assolutamente comprensibile per i cittadini che si ritrovano disorientati. È così più che mai necessario riuscire ad avere un Governo e un parlamento che abbiano un progetto comune. È  in questi termini che bisognerebbe intendere l'espressione "patto di legislatura". Nel nome della coerenza, della chiarezza, rispetto a obiettivi che ci si dà per il futuro.
Su un altro piano, un'altra spina da togliere è il complesso di inferiorità che il Ticino ha nei confronti del resto della Svizzera: dobbiamo proporci senza complessi, portare avanti i nostri progetti che sono validi, tanto è vero che in passato siamo stati spesso presi a esempio.
Senza soldi non si fa nulla. Pelin Kandemir cosa propone per estrarre queste spine?
È vero che senza soldi non si fa nulla, ma è anche vero che oggi abbiamo ancora un certo margine. Occorre realizzare un'accurata pianificazione per sapere cosa vogliamo fare, che società vogliamo realizzare, quanti soldi abbiamo e far combaciare questi elementi investendo in modo da ottenere i risultati migliori. Detta così sembra semplice, ma fino ad oggi raramente siamo riusciti ad applicare questo concetto. A volte ci sono delle buone idee ma, proprio perché non riescono ad incontrare le risorse indispensabili per realizzarle, rimangono incompiute.
Il Ticino continua ad avere le peggior note nel campo disoccupazione. Ma allora i Bilaterali sono stati un errore?
Cè innanzitutto una domanda da porre ai datori di lavoro: ad esempio perché assumono frontalieri? Sono più qualificati, li pagano meno? E bisogna anche domandarsi perché, prima ancora dellentrata in vigore dei bilaterali, nel campo dell'edilizia, un settore coperto da un contratto collettivo di lavoro, già si assumeva per la maggior parte manodopera estera. Questa è una situazione da analizzare ed è in parte la dimostrazione della necessità dell'immigrazione per la Svizzera. Sull'aspetto specifico dei bilaterali vanno poi applicate con maggior vigore le misure daccompagnamento previste e potenziato il numero degli ispettori.
Cè chi dice che i ticinesi sono i primi a criticare quanto viene fatto a Berna ma sono anche i meno presenti nelle "sedi decisionali" bernesi, a tutti i livelli. Condivide?
Bisognerebbe intanto chiedersi perché i Ticinesi vengono assunti meno negli uffici federali a Berna pur essendo qualificati, con ottima formazione e una vasta esperienza. Non è solo colpa nostra se manchiamo dai luoghi delle decisioni. Io credo che sia una questione di ripartizione squilibrata che va rivista. Ma, al di là delle assunzioni anche per quel che sono i contatti di lavoro tra noi e colleghi di Berna, mi accorgo che spesso e volentieri sono disattenti nei confronti del Ticino. Inoltre ci sono anche differenze culturali, di mentalità che a volte complicano il lavoro: niente è impossibile ma ci vuole impegno, da entrambe le parti.
Da anni le donne si battono per le pari opportunità; da 10 anni cè una legge in proposito. Ma i risultati concreti sono scarsi. E le donne e le loro lotte cominciano loro stesse ad essere stanchine. Cosa fare per dare un vero vigore?
È vero che è da anni che ci battiamo sempre per le stesse cose. Ma non direi che siamo così stanche. Io credo che quello che si deve cambiare è l'attitudine alla parità che non deve essere trattata come un tema a sè stante. Deve diventare una cultura globale dell'agire, del lavorare, del fare politica. In parte credo che in alcuni giovani questa cultura cominci a passare. Non sono più così rare le coppie in cui sia il marito che la moglie lavorano al 50 per cento per occuparsi entrambi della vita famigliare. Certo si tratta ancora purtroppo di situazioni privilegiate, ma la tendenza potrebbe essere questa. Per certi versi mi sembra di osservare che il mondo economico, forse quello più attento e ricettivo a questo tipo di evoluzione, sta iniziando a chiedersi come trattenere le donne nel mondo del lavoro, donne dotate di una loro sensibilità, di un patrimonio culturale e di competenze importanti.
In questi giorni si torna a parlare di violenza giovanile, si avanzano soluzioni. La sua soluzione qual è?
Il problema è che non esiste una sola soluzione da applicare solo ai giovani; gli adulti stessi devono ricominciare a fare gli adulti assumendosi il loro ruolo e fare in modo che le generazioni si incontrino per cercare insieme di risolvere la questione, costruire un ponte, costruire un dialogo per prevenire i problemi.
Lei ha affermato che l'innovazione tecnologica non deve spaventare se usata con una visione umanista. Concretamente?
Se la tecnologia può facilitare la vita e i compiti dell'uomo, regalandogli più tempo libero per se stesso e per gli altri, ben venga. Se invece la tecnologia è un modo per escludere l'uomo, per togliergli spazio allora va fermata immediatamente. È interessante quello che rileva un recente studio secondo cui nemmeno nei film di fantascienza più fantasiosi si era arrivati ad immaginare una rete così sviluppata come lo è oggi internet. Si è andati oltre la fantascienza senza nemmeno rendersene conto. Da un lato internet ci ha facilitato enormemente la comunicazione, dall'altro questa comunicazione virtuale si ripercuote anche negativamente sull'essere umano, attraverso un potere manipolatorio senza precedenti. Lo sviluppo tecnologico deve dunque a mio avviso mettere sempre l'uomo al giusto posto, al centro, e l'uomo deve sempre avere il controllo su questi nuovi mezzi.
E a proposito di tencologia, da una settimana ha attivato un sito internet (www.pelinkandemir.ch...)
Ero inizialmente scettica ma penso sia una buona via per far conoscere le mie idee....

Scheda personale

Pelin Kandemir, secondo lei, qual è l'identikit del socialista di oggi?
È una persona capace di creare, di gettare dei ponti verso altre culture, intese anche come culture politiche; capace di dialogare, di immaginare, di giustizia.
Cos'è la morale in politica?
C'è la morale personale, ossia i principi morali di ognuno; e c'è un discorso di etica collettiva. In politica si tratta di individuare quei principi che possono essere condivisi dalla maggior parte degli individui sulla base di un atteggiamento razionale e ragionevole in cui la comunicazione assume un valore centrale. Altrimenti si cade nell'integralismo.
Introdurre il maggioritario in Ticino significherebbe…
Il maggioritario in Ticino, in Svizzera non avrebbe lunga vita vista la democrazia diretta. Ma prima di parlare di maggioritario sarebbe bene aspettare i risultati di aprile che i partiti dovranno usare come valutazione del loro operato; occorrerà anche analizzare l'utilizzo della scheda senza intestazione per capire se e quali sono i problemi dell'attuale sistema di partiti.
Quando era piccola chi era il suo mito?
Nemed il falco, personaggio delle favole nato dalla penna dello scrittore turco Yasar Kemal. Nemed era per me un mito essendo una sorta di Robin Hood turco.
Lo sfizio più grande che si è tolta?
4 giorni di massaggi, bagni termali e gastronomia in un bellissimo albergo a Bad Ragaz.
Il cruccio più grande cui è stata confrontata?
L'impotenza di fronte a certi problemi che affronto sul lavoro, come ad esempio riuscire a far capire ad una persona che la situazione in cui vive è problematica e che è bene intervenire.
Se non fosse in Ticino, in quale paese vorrebbe far politica?
Non so se farei politica in un altro paese. In Ticino sono state le condizioni del luogo a farmi "buttare".

Pubblicato il 

16.02.07..

Edizione cartacea

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