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Comprare in massa sì, manifestare no

di

Serena Tinari

Un diritto fondamentale vale sempre e per chiunque, oppure dipende dal momento storico e dalle opinioni personali? Nell’ultimo numero di area una simile domanda l’abbiamo posta a proposito della libertà di stampa e nell’articolo che ho firmato, si argomentava che essa è essenziale e lo è persino di più, in tempi straordinari come quelli che stiamo attraversando. Sono davvero settimane incredibili. Alzi la mano chi non ha passato notti insonni. Confesso di avere vissuto decine di giorni di angoscia profonda e di risvegli all’alba, inutile tentare di riaddormentarsi. Paura, rabbia, preoccupazione, tanti dubbi e mille domande. Abito a Berna e sabato scorso sono andata a fare la spesa. Capitale assolata e ovunque una massa di gente – bambini, anziani, giovani. Ancora vige il divieto di assembramento, massimo cinque persone, eppure i negozi erano pieni. Sia chiaro, con le regole del gioco che abbiamo imparato a conoscere e a rispettare, non più di 3, 5, 10, 50 a seconda della superficie disponibile. Disinfettanti all’ingresso e all’uscita. Cautela a non avvicinarsi ad altri esseri umani. Attenzione, prudenza. Ho visto tutto questo nella mia città in questo fine settimana di progressiva fine dell’elvetico “light lockdown”. Eppure, era palese che ogni negozio incentivasse una permanenza più lunga del solito della clientela: centinaia di offerte a prezzi stracciati, una quantità di promesse che diciamolo, l’altoparlante con la voce suadente “rispettate le distanze di sicurezza” era patetico e ipocrita, a fronte degli sconti mirabolanti. Sono tornata a casa carica come un mulo, ho comprato più di quanto avevo previsto e ho trascorso quindi parecchio tempo in luoghi chiusi e affollati. Mentre rientravo, ho notato una inusuale presenza della polizia cantonale. Agenti ovunque, con mascherine e guanti. Dispositivo necessario ad impedire manifestazioni di piazza. Ho letto allora decine di articoli, ho guardato la televisione, ascoltato la radio. E ve lo devo dire: qualcosa non va. Perché qualcuno per cortesia mi spieghi, se può, perché va bene essere ammassati in tanti, per decine di minuti, al chiuso di un negozio a spendere denaro, ma non va bene se l’obiettivo non è comprare, ma manifestare all’aria aperta. E qui i giochi si fanno seri. La narrazione è stata univoca: negazionisti, cospirazionisti, fascisti mescolati ad anti-vaccinisti. Stiamo quindi dicendo che il diritto di manifestare dipende dalle opinioni di chi scende in piazza? Trovo estremamente pericolosa questa deriva. Un diritto fondamentale vale a prescindere. È per questo che lo chiamiamo, in effetti, “fondamentale”. Ed è vitale, che nessuno possa giudicare il motivo e il movente che mi portano in piazza. Lo sappiamo, tante volte questi principi ci portano al limite del crollo nervoso. Quanti respiri profondi ci vogliono, per dire a un fascista “Hai diritto di manifestare”? Nel mio caso, lo ammetto, un bel po’. Sparite dal pianeta – mi dice la pancia. Ma l’intelletto, e quel poco di cultura politica che ho accumulato in quasi cinquant’anni di vita, dicono altro. Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. Su un punto la narrazione è stata univoca: in piazza c’era di tutto. L’anziana che protesta perché non vede i nipotini da due mesi. Il giovane che non vuole una App governativa sul suo telefono. E sì, certo, quello ossessionato dai vaccini, ma anche quella indignata dal panico mediatico e quelli che contestano la gestione dell’emergenza. Siamo d’accordo che andassero portati via di peso da un poliziotto, denunciati per violazione del decreto pandemico? E allora come la mettiamo con la folla nei negozi. I dati sono confortanti, con tutte le dita incrociate del caso, si direbbe che ne stiamo uscendo. Ora però dobbiamo chiederci quali e quante conseguenze della crisi siamo disposti ad accettare. Siamo sicuri che comprare compulsivamente in massa rispetti il decreto pandemico, mentre manifestare no? 

Pubblicato

Venerdì 22 Maggio 2020

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