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Come mai è meglio non chiudere le scuole

In un’intervista le considerazioni del professor Fabio Camponovo, presidente del Movimento della scuola, sugli effetti negativi della didattica a distanza

di

Veronica Galster

Dopo il primo lockdown in tutto il mondo ci si è resi conto che la chiusura prolungata delle scuole aveva avuto delle conseguente estremamente negative sugli alunni, nonostante ciò c’è però ancora chi ne chiede nuovamente la chiusura. Di poche settimane fa lo studio dell’Eth di Zurigo, che dimostrerebbe come la mobilità si riduce considerevolmente quando bambini e ragazzi non vanno a scuola, notizia che, unita alla presenza di casi positivi alle nuove varianti di Covid-19 (inglese e sudafricana) tra gli allievi di alcune scuole in Svizzera, ha riacceso il dibattito. Per ora il Consiglio federale, sulla base delle raccomandazioni della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (Cdpe) e della Swiss National Covid-19 Science Task Force, ha deciso di mantenere la scuola in presenza.
Quali sono le conseguenze di una chiusura generalizzata delle scuole? area ne ha discusso con Fabio Camponovo, già docente liceale ed esperto della scuola media ticinese, ora docente di didattica all’università di Friburgo e presidente del Movimento della Scuola.

Professor Camponovo, quali sono state le principali conseguenze negative della prima chiusura delle scuole?
Tutte le ricerche svolte dopo la chiusura del marzo scorso hanno evidenziato come il trasferimento dell’insegnamento sulle piattaforme informatiche abbia prodotto danni (in alcuni casi veri e propri buchi formativi) soprattutto negli allievi più fragili. Allievi che già conoscono condizioni di partenza più difficili, che spesso provengono da famiglie numerose e/o da ceti sociali sfavoriti, che non hanno la possibilità di un accompagnamento a casa, o anche non possiedono sufficiente autonomia di lavoro. La didattica a distanza presenta – ora finalmente lo riconoscono tutti – molteplici svantaggi: funge da filtro straniante e tarpa le ali a quella condizione empatica che tanta parte ha nel regolare il rapporto tra insegnamento e apprendimento. È un blando surrogato della scuola.
Di un’aula si percepisce l’odore, la luce, la forma e il colore. Dentro le sue mura si colgono le voci, i bisbigli, le smorfie e gli sbadigli: tutto ciò fa di quel luogo una casa comune, una comunità d’apprendimento. Questa è la scuola reale. L’apprendimento s’incardina in una relazione, anche sensoriale, e in un’esperienza comunicativa (nel provare emozioni e nel condividerle: rabbia delusione, noia e incomprensione, ma anche la soddisfazione di una conquista cognitiva, l’orgoglio di un apprezzamento). Essere a scuola significa appunto condividere col cuore e con la mente, l’esperienza di un comune percorso.
Quasi nulla di tutto ciò - per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare qui, ma che possiamo tutti sperimentare – può avvenire dietro lo schermo piccolo di un telefonino o quello un po’ più grande del tablet o del computer.


Oggi si giungerebbe un po’ più preparati ad un eventuale stop e a una didattica a distanza: cosa cambierebbe (grazie alle misure implementate in questi mesi) e cosa invece si riproporrebbe nuovamente?
Due premesse doverose: primo, difficilmente la scuola può chiudere (penso in particolare alla scuola dell’obbligo) se non si sospendono le altre attività perché è impossibile lasciare a casa i bambini da soli; secondo, io sono tra coloro che auspicano si possa mantenere la “scuola in presenza”, scuola che – è bene precisarlo – oggi non è comunque come normalmente la si intende: mascherine, distanze, prescrizioni, quarantene,… limitano parte di naturalezza nella relazione didattica e rendono difficili certe modalità di interazione, di accompagnamento e di valutazione.
Se si dovesse passare allo scenario due o tre previsti dal Decs (cioè scuola parzialmente o totalmente a distanza), di sicuro si potrebbe contare su quel poco di esperienza che gli insegnanti e gli allievi stessi hanno acquisito fin qui. Ciò significa che, probabilmente, si utilizzeranno meglio le tecnologie evitando, nella misura del possibile il trasferimento puro e semplice su supporto informatico di materiali e pratiche normalmente utilizzate in classe.
Sarà comunque fondamentale (ma richiederà agli insegnanti, già provati, un lavoro improbo) mantenere un contatto educativo e non travolgere gli allievi con eserciziari. E occorrerà considerare che anche la lezione online difficilmente consente lo sviluppo di attività partecipate in sincrono e ostacola il coinvolgimento e l’interazione verbale. In altre parole, se dovessimo passare alla didattica a distanza sarà probabilmente necessario ridefinire delle essenzialità didattiche e rivedere gli obiettivi. Infine va tenuta in conto quell’artificiosità relazionale di cui dicevo prima, che rende difficile all’insegnante trasmettere compiutamente il senso di una passione per lo studio e la conoscenza, all’allievo percepirla e interiorizzarla.


Chi chiede la chiusura delle scuole lo motiva con la riduzione della mobilità, le scuole non sono quindi accusate di essere un focolaio di contagi in sé. Perché allora tutti i bambini e i giovani dovrebbero pagarne le conseguenze? Quali altre misure suggerisce?
Si tratta, in effetti, di due problemi distinti. La scuola non sembra essere luogo specifico di contagio (anche se in questa pandemia è difficile avere certezze), mentre la mobilità che inevitabilmente essa genera lo è di sicuro. Per la scuola si possono facilmente immaginare maggiori misure di prevenzione: le mascherine Ffp2, la generalizzazione dei test di depistaggio, l’accesso facilitato ai vaccini per gli insegnanti. Per i trasporti invece mi chiedo come mai, dopo quasi un anno dalla comparsa della pandemia, i governi non abbiano ancora trovato soluzioni praticabili. È davvero impossibile potenziare il trasporto pubblico? Non sono certo un esperto di mobilità, ma mi chiedo perché fin qui non si è pensato di far capo anche ad aziende di trasporto privato organizzando, dove possibile, corse scolastiche aggiuntive.
Il minimo che si possa dire è che il Ticino è stato tra le regioni più colpite dalla pandemia sia nei confronti con le situazioni nazionali sia con quelle internazionali. Il nostro governo, diversamente da quanto è avvenuto durante la “prima ondata”, si è fatto notare per una politica attendista e per l’incapacità di attuare misure preventive.

Pubblicato

Martedì 26 Gennaio 2021

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