Bregaglia

Una colata di fango e detriti che travolge un paese, persone sfollate, una strada chiusa per una settimana e un’inutile polemica basata su un falso problema gonfiato per accaparrarsi simpatie. Una strategia che si è però rivelata controproducente.

La grossa frana staccatasi dal pizzo Cengalo (si parla di circa tre milioni di metri cubi di materiale franati a valle) e che ha colpito il paese di Bondo il 23 agosto, con una seconda grossa colata la sera del 31 agosto, ha causato la chiusura per alcuni giorni (dal 31 agosto al 7 settembre) della strada tra Vicosoprano e Casaccia, ai piedi del passo del Maloja. Strada che collega la Valchiavenna alla Val Bregaglia e che ogni giorno è percorsa da oltre 500 frontalieri che dalla Valchiavenna si recano in Engadina per lavoro.


Frontalieri che tra il 1° e il 7 settembre hanno dovuto allungare il tragitto casa-lavoro di alcune ore passando dal Bernina o addirittura dallo Spluga e dallo Julier. Disagi che, almeno finora, sono durati “solamente” una settimana e che a fronte di quanto stanno vivendo le persone sfollate dalle proprie abitazioni o che hanno visto la propria azienda travolta dal fango, sono ben poca cosa, ma che qualcuno ha voluto “cavalcare” creando una polemica inutile e per certi versi controproducente, come tiene a precisare il sindaco di Chiavenna e presidente della Provincia di Sondrio Luca Della Bitta: «Innanzitutto, in maniera condivisa tra le istituzioni del territorio, abbiamo espresso la nostra vicinanza alla Bregaglia e alle comunità che stanno vivendo un momento veramente difficile. Detto questo,  abbiamo sempre mantenuto i contatti molto stretti sia con il sindaco di Bregaglia sia con il Cantone attraverso il responsabile della protezione civile e quindi abbiamo sempre un aggiornamento costante della situazione. Per noi è perciò evidente che sia stato fatto ogni sforzo possibile e continua a essere fatto, innanzitutto per garantire la sicurezza alle persone, che è sempre la cosa più importante e poi iniziando i lavori di rimozione del materiale, anche quelli legati alla viabilità, che è certamente stato tra le priorità anche delle autorità svizzere. Quindi è vero che ci sono stati alcuni giorni in cui la strada è stata chiusa, ma ovviamente per ragioni di sicurezza. C’è stato un po’ di disagio per i lavoratori, ma le autorità svizzere hanno veramente fatto ogni cosa possibile per limitarlo e in pochissimo tempo hanno riaperto i collegamenti. Io credo perciò che sia giusto innanzitutto ringraziare per questo lavoro, perché non era scontato e ha visto il massimo impegno da parte loro. In questo momento i collegamenti sono ripristinati, quindi continua questa collaborazione e credo che non ci sia altro da aggiungere. questo è il mio pensiero, ma mi sento di dire che è condiviso anche dalle altre istituzioni locali, dai sindaci, dalla comunità montana e dai frontalieri».


La polemica, lo ricordiamo, era scoppiata a seguito di un’uscita infelice da parte di un sindacalista della Cisl, Mirko Dolzanelli, che si era ingiustamente fatto portavoce anche degli altri sindacati, Cgil e Uil, in quanto membro del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) avanzando l’ipotesi di un’indennità straordinaria per calamità naturali che la Confederazione avrebbe dovuto versare ai lavoratori frontalieri toccati dalla chiusura della strada. Appurato che in Svizzera non esistono contributi straordinari per calamità naturali versati dalla Confederazione (come è invece il caso in Italia), è poi stata la volta del Senatore valtellinese Jonny Crosio lanciarsi nella proposta di chiedere a Roma di sbloccare i 200 milioni di euro del fondo speciale Inps per sostenere i lavoratori in difficoltà, anche in questo caso senza informarsi su cosa già era stato messo in atto dalle ditte svizzere.


Queste due ipotesi di richiesta si sarebbero in ogni caso rivelate superflue in quanto il problema non è mai esistito: in Svizzera la legge tutela già le aziende e i dipendenti che si trovano in questo tipo di situazioni, come spiega Arno Russi, responsabile della Sezione Rhätia-Linth di Unia: «In caso di condizioni atmosferiche eccezionali, l’azienda che subisce il disagio può chiedere alla cassa di compensazione il lavoro ridotto per i suoi dipendenti. Pertanto esistono già delle direttive che permettono di tutelare dipendenti e aziende in situazioni come questa».


Il problema non sembra si ponesse nemmeno da parte dei frontalieri stessi, che secondo i nostri interlocutori, oltre ad essersi arrangiati molto bene nel superare i disagi creati dalla strada chiusa, sono anche un pochino risentiti per queste uscite che li hanno dipinti come degli sciacalli pronti a riscuotere indennità mentre la comunità bregagliotta si trova in una situazione di difficoltà ben maggiore. In realtà, in questo contesto di difficoltà, secondo le testimonianze che abbiamo potuto raccogliere, si è venuta a creare una grande solidarietà, sia tra i lavoratori stessi che con i datori di lavoro. Ci sono stati datori di lavoro che hanno messo a disposizione degli alloggi per fare in modo che i dipendenti non dovessero sobbarcarsi la trasferta allungata, altri hanno preso giorni di ferie e altri ancora si sono organizzati per cercare/dare passaggi e condividere così la fatica del lungo viaggio passando dallo Spluga, dallo Julier o dal Bernina. Coloro che invece hanno un posto di lavoro più vicino, hanno semplicemente percorso a piedi quel tratto chiuso al traffico utilizzando il sentiero che passa da Soglio, orgnizzandosi con un’auto da una parte e una dall’altra della frana.


Dal punto di vista dell’economia della regione, ci sono state ripercussioni? Secondo Arno Russi per il momento no, in quanto sia le case lambite dalla frana sia la falegnameria che è andata distrutta dalla seconda colata di detriti che ha investito Bondo erano adeguatamente assicurate. «C’è sicuramente un grande disagio nel non poter tornare nella propria abitazione ancora per un tempo difficilmente quantificabile e anche a livello emotivo la situazione è pesante, ma a fronte di quello che sarebbe potuto succedere è ancora andata bene, anche se gli otto dispersi sono sicuramente otto di troppo».


Per ora la situazione resta stabile (mentre scriviamo è il 12 settembre), i lavori di messa in sicurezza, svuotamento del bacino e rimozione dei detriti proseguono senza sosta, ma l’allerta resta alta e la zona rimane considerata ad alto rischio: secondo gli esperti i detriti che scendono dal pizzo Cengalo continuano infatti a muoversi piuttosto velocemente e mezzo milione di metri cubi di materiale potrebbero scivolare a valle in qualsiasi momento.

Pubblicato il 

13.09.17..
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