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Cassis fa il mini Trump

di

Franco Cavalli

Se mi ricordo bene era stato uno dei grandi successi dell’indimenticato Fred Buscaglione: mi riferisco al suo “tu vo fa’ l’americano”. A me ad ogni modo capita di canticchiarla ancora ogni tanto… Già allora Buscaglione dava una valenza negativa a questa moda, chissà cosa direbbe oggi nell’era di Trump. Quest’ultimo non solo in tutta Europa, ma anche in Svizzera come rivelato da un recente sondaggio, detiene un record di impopolarità, forse mai neanche raggiunto dall’Isis. Noam Chomsky ha definito l’attuale partito repubblicano americano come l’organizzazione più pericolosa al mondo.


Ma di questo il nostro Consiglio federale non sembra accorgersene: il Presidente Maurer, appena Trump ha schioccato con le dita, è accorso a Washington e per amor di patria non commento ulteriormente la figura, che definire barbina è ancora un complimento, da lui fatta alla Cnn.


Ma anche Cassis non scherza, sia con il vassallaggio verso Washington che con le frasette sconcertanti. Frasi con cui, allineandosi a Trump, ha per esempio buttato a mare 50 anni di politica svizzera di aiuto umanitario ai milioni di palestinesi, che vivono spesso in condizioni disumane, nei campi profughi. Oppure ha tentato di svendere all’Unione Europea quel poco di protezione dei salari prevista dalle misure di accompagnamento alla libera circolazione. E siccome lui sempre sottolinea che «la politica estera non è nient’altro che la continuazione della politica interna», è evidente che pensava di infinocchiare i lavoratori pur di ottenere quell’accordo quadro, che economiesuisse e tutti i padroni svizzeri vogliono raggiungere al più presto. Per fortuna ci hanno pensato i nostri sindacati a bacchettarlo e a far fare marcia indietro al Consiglio federale.


Ma è nel caso dell’aiuto svizzero all’estero che Ignazio Cassis si sta illustrando nel modo peggiore. Dapprima con il suo viaggio in Africa, dove, forse perché il Credit Suisse vi è coinvolto in un enorme scandalo, ha evitato il Mozambico, anche se questo paese è da sempre uno dei capisaldi della nostra politica di aiuto. È andato però poco distante a visitare una delle miniere di Glencore, multinazionale additata da molte Ong per il mancato rispetto di standard minimi ambientali e per un probabile sfruttamento del lavoro minorile, tutte cose dimenticate dal nostro Ministro nelle sue dichiarazioni di sostegno all’impresa. Vien da pensare alle lodi sperticate di Trump alle terribili miniere di carbone degli Appalachi.
Ora Cassis sembra voler risolvere quella che oggettivamente era da sempre una schizofrenia della nostra politica estera: da una parte la Seco che difende, senza se e senza ma, gli interessi dei grandi capitalisti svizzeri e dall’altro l’aiuto svizzero all’estero, lodato da tutti per la sua concretezza, che cerca di porre un qualche rimedio alla povertà e al sottosviluppo dei paesi del Sud, sfruttati dai nostri monopoli. Ora il nostro mini-Trump, pur essendo medico, non vuole più nessun cerotto: anche la politica d’aiuto allo sviluppo, deve essere sottoposta ai nostri grandi interessi economici. E quindi concentriamoci sui paesi dell’Est e su quello che sta diventando il nuovo Eldorado del neocolonialismo economico, cioè l’Africa.

 

Dimentichiamoci invece completamente dell’America Latina. Come dimostrato dagli avvenimenti delle ultime settimane, a mettere a posto il subcontinente ci stanno tentando i super falchi dell’amico Trump.

Pubblicato

Martedì 4 Giugno 2019

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