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La mano invisibile

Borsa ed economia reale sempre più distanti

di

Silvano Toppi

Si è parlato di nuova Rivoluzione francese contro l’Ancien Régime, di Davide contro Golia, di Robin Hood (l’eroe che toglieva ai ricchi per dare ai poveri), di “vera storia hollywoodiana”, di rivolta dei piccoli contro i grandi, del popolo contro l’élite, del 99 per cento contro l’oligarchia finanziaria professionale. È solo capitato, per dirla con meno enfasi, che un buon numero di piccoli “investitori”, privati, riusciti a coalizzarsi attraverso internet, hanno fatto salire alle stelle l’azione di un’impresa (GameStop, venditore di giochi-video) imponendo grosse perdite a vari fondi speculativi che avevano invece puntato sull’inabissamento di quel titolo. Senza lasciarsi trascinare dall’entusiasmo antisistema, ci si è imbattuti in un popolo che ha fretta di far soldi ed è felice di farli a scapito dei soliti noti. Non proprio una rivoluzione.


C’è voluta questa parodia per rappresentarci con grande effetto mediatico (anche dalle nostre parti) quel divorzio tra Borsa ed economia reale di cui spesso abbiamo parlato e molti contestavano, ritenendo la Borsa l’istituzione insostituibile per la raccolta del capitale, l’anima dell’investimento e del profitto, fonte di redditività anche per i nostri fondi pensione. La pandemia aveva già posto in luce un contrasto che risulta paradossale a chi è rimasto il buon senso; oltraggioso all’imprenditore sull’orlo del fallimento; insultante per chi deve allungare la mano per sopravvivere. E cioè: la Borsa che ritrovava primati storici, mentre l’economia e l’occupazione andavano a ramengo.


Parodia e contrasto hanno ancora indotto a chiedersi: il mercato borsistico è rappresentativo dell’economia? Salta fuori, da un ampio studio di alcuni economisti, uno svizzero (René Stulz, insegnante all’Università dell’Ohio), uno tedesco (Frederik Schlingemann, dell’Università di Pittsburgh) che la separazione tra Borsa ed economia, negli ultimi sett’anni, non è mai stata così evidente e forte. Il motivo?


L’uno potrebbe essere “ideologico-politico”. Gli studiosi, per farcelo capire, citano la famosa frase di un ex presidente della General Motors: «Ciò che è buono per la General Motors è buono per il paese e viceversa». Non lo si può dire per la Borsa. Ai “leaders” delle quotazioni borsistiche o grandi azionisti o fondi di investimento non è l’interesse del paese che interessa, anche se il paese o le sue autorità ci credono sempre.


L’altro è più concreto. Gli studiosi elaborano una misura della mancanza di rappresentatività del valore borsistico delle società quotate. È alquanto complicato rendere l’idea ai non addetti. Traduciamola in termini semplici: si tratta di vedere quanto “lavoro” c’è dentro un valore-corso borsistico. La conclusione: «Mai il lavoro dentro un’impresa, una società produttiva, è stato così poco informativo (importante) sulla capitalizzazione borsistica».

 

Non è il numero degli effettivi occupati che indorano la capitalizzazione o il valore borsistico di un’impresa. Nei decenni dal 1970 e 1980 il “lavoro” o le variazioni nell’occupazione contribuivano ancora alla metà delle variazioni borsistiche, oggi siamo finiti sotto il 20 per cento. Il lavoro conta poco. Capita però che quando un’impresa o un gruppo quotati in Borsa licenziano, i corsi o valori borsistici salgano, perché c’è un minor costo e un maggior profitto. Oppure che quando la Borsa più si arricchisce e distribuisce alti dividendi, più sembra allontanarsi dall’economia reale. Ciò ha permesso a un noto economista (Jay Ritter) di dimostrare con 19 paesi e sull’arco di un secolo che la crescita economica non è legata o dipendente dallo sviluppo borsistico.

Pubblicato

Giovedì 11 Febbraio 2021

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